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Sono passati ormai oltre cent’anni dalla Prima guerra mondiale. Un conflitto decisamente d’altri tempi, caratterizzato da altri modi di combattere, ma nonostante ciò provocò tantissime vittime, sofferenze, tragedie. Si combatté non soltanto “a valle”, ma il teatro di tante battaglie lo dobbiamo cercare anche in mezzo alle montagne. E per di più di alta quota. Guardando a questi scontri – molti dei quali davvero cruenti e aspri – con gli occhi di oggi, molti potrebbero sembrarci del tutto inutili, ingaggiati per dei pezzi di montagna, disabitati.
Per l’Italia, che nella Grande Guerra, fu in prima linea contro gli imperi germanico e austro-ungarico lungo l’intera lunghezza del confine austro-italiano, il gruppo montuoso del Pasubio assunse un’importanza strategica quando gli austriaci bloccarono con le loro artiglierie i rifornimenti per l’esercito italiano. Nacque così per servire (e servì) a rifornire, mediante un percorso al riparo dalle artiglierie austriache, i reparti italiani posizionati sul Pasubio una mulattiera militare, tragitto unico nel suo genere e molto amata dagli escursionisti: la Strada delle 52 gallerie, lunga 6.5 chilometri, dei quali 2,3 si sviluppano nelle gallerie scavate nella roccia.


Correva l’anno 1917 quando iniziarono i lavori per la sua realizzazione, che non a caso fu definita “impresa di giganti”, che nessun’altra opera (bellica) “eguaglia su tutta il fronte europeo, miracolo di ardimento e lavoro di incomparabile grandiosità”. Come tutte le Dolomiti, è un luogo che regala emozioni straordinarie. Quasi un museo a cielo aperto, a nord di Vicenza, in un tragitto che si snoda tra natura, storia e cultura, che regala straordinarie vedute panoramiche nel mezzo di guglie e precipizi, colline e pianure. Da vivere chilometro dopo chilometro, galleria dopo galleria.

Come e quando nasce
Ma vediamo più da vicino la sua storia. Come si diceva, durante la Prima guerra mondiale, i soldati italiani combatterono contro l’esercito di Germania e Austro-Ungheria lungo l’intera lunghezza del confine austro-italiano, dal Trentino al mare Adriatico. Da maggio a dicembre 1915 le forze italiane riuscirono a conquistare l’intera catena montuosa del Pasubio nelle province di Vicenza e Trento. Il 15 maggio 1916 le truppe austro-ungariche lanciarono una grande operazione trentina, con lo scopo di sconfiggere il fronte delle truppe dell’esercito italiano.
A seguito dell’offensiva le truppe austro-ungariche riuscirono a prendere piede sul versante settentrionale del massiccio del Pasubio. La linea di contatto tra gli schieramenti si stabilì tra due cime del massiccio del Pasubio, prima anonime, cui furono dati i nomi in base ai lati opposti che li occupavano: Dente Italiano e Dente Austriaco. Dal 9 ottobre al 20 ottobre 1916 gli italiani, supportati da due batterie di artiglieria, fecero ripetuti tentativi di cattura del Dente Austriaco, ma non ebbero successo e furono accompagnati da pesanti perdite.
Dopo la presa delle cime dominanti nella parte settentrionale del gruppo montuoso del Pasubio, le truppe venivano rifornite dalla strada degli Scarrubi, ma il tragitto era sottoposto all’artiglieria nemica e in inverno era pericoloso per le numerose valanghe di neve. Di conseguenza, si decise di costruire una nuova strada sul lato sud del crinale, passando per la cima Forni Alti, inaccessibile ai bombardamenti dell’artiglieria nemica. La strada progettata passava dal passo Bocchetta Campiglia a Porte del Pasubio, una sella nella catena del Pasubio. L’ideatore della strada fu il capitano del genio Leopoldo Motti, caduto poi il 29 settembre 1917 durante l’esplosione della prima mina austriaca sul Dente Italiano.
La realizzazione della “strada” decisamente non fu semplice. Infatti, è un vero e proprio capolavoro d’ingegneria militare soprattutto considerando le condizioni e l’epoca in cui fu costruita, nonché la rapidità d’esecuzione: i lavori cominciarono il 6 febbraio 1917 e furono conclusi nel novembre 1917. Fu realizzata dalla 33ª Compagnia minatori del 5º reggimento dell’Arma del genio dell’Esercito Italiano, con l’aiuto di sei centurie di lavoratori: compagnia 349, 523, 621, 630, 765 e 776.
Nei primi giorni di dicembre 1917, prima di lasciare il Pasubio, la 33ª Compagnia minatori inaugurò simbolicamente la strada, abbattendo un muro costruito appositamente davanti alla prima galleria. Fu la 25ª Compagnia minatori, assieme alle centurie rimaste, a ultimare la strada, comprese le gallerie 49 e 50, e in definitiva ad aprirla.
Questo percorso viene ritenuto dunque interessante sotto vari punti di vista, da quello paesaggistico a quelli storico e ingegneristico. Contrassegnata dal segnavia 366 del C.A.I., la Strada è percorribile a piedi nella stagione estiva. L’inizio è situato presso il parcheggio di Bocchetta di Campiglia – poco sopra Passo Xomo – e il tempo di percorrenza fino al Rifugio “Generale Achille Papa” è di circa tre ore. Per chi parte da Fiume, sono circa 350 chilometri. Presa l’autostrada, a Trieste si fa il tragitto via Venezia, Padova e Vicenza. Dopo Vincenza si inforcano le statali per Thiene e poi su in montagna. Si va dritti verso Bocchetta Campiglia (siamo a 1.215 metri sul livello del mare), una sella ai piedi del massiccio del Pasubio.

Si sale e inizia la magia
Ci sono poche case, tanti parcheggi e la zona del museo, che è l’entrata alla Strada delle 52 gallerie. Siamo sul Monte Pasubio, al confine tra le province di Trento e di Vicenza, che collega le Piccole Dolomiti all’Altopiano di Folgaria e che durante la Grande Guerra ha avuto un ruolo fondamentale. È stato infatti scenario di numerosi combattimenti, soprattutto in quel crinale nord-sud – detto “la Zona Sacra del Pasubio” – in cui più volte si scontrarono italiani e austriaci. La sua superficie è ancora martoriata dai crateri delle bombe, e porta le tracce di trincee e camminamenti. Oggi i sentieri creati durante la guerra sono meta degli escursionisti.
Ci accolgono tanti panelli illustrativi, che ci introducono a quello che andiamo a vedere. Sì, ci attende una lunga camminata ma è uno sforzo che merita fare, per diversi motivi, da quello naturalistico-paesaggistico all’aspetto storico-umano di quello che è a tutti gli effetti un capolavoro di ingegneria militare. Già il nome 52 gallerie può stonare visto che ci troviamo nel bel mezzo del nulla. Superato il cancello d’ingresso, dopo una leggera salita di nemmeno 10 minuti in mezzo agli alberi, ci troviamo di fronte alla prima galleria, con un’entrata evocativa: Ex arduis perpetuum nomen (da ardue imprese fama eterna) è la scritta (impressa sulla roccia) che ci accoglie. E dà inizio alla magia.
Ci rendiamo conto che si tratta di vere e proprie gallerie, tutte diverse – alcune, aperte, servivano da illuminazione e da postazione per i cannoni (uno dei quali si può ammirare ancora oggi); in alcuni casi, tra una e l’altra, erano posizionati pozzetti per le mine che in caso di emergenza avrebbero potuto far saltare un tratto del percorso – con tanto di entrate ben costruite, dotate di nome e indicazioni che ci spiegano quando e da chi sono state realizzate. Sono tunnel lunghi, bui, la torcia è realmente necessaria (altrimenti si corre il rischio di inciampare e cadere), il terreno non è dei migliori.

Punto d’arrivo il Rifugio Papa
Ogni tanto ci sono pure dei “balconi/finestre” e possiamo goderci il panorama. Il tutto è ben protetto. All’inizio la via sale ripidamente e anche nei tunnel il percorso si fa impegnativo, guadagnando quota e addirittura disegnando nella roccia un percorso a chiocciola. Restiamo ammirati dall’enorme lavoro effettuato un secolo fa dai genieri italiani. Nei due terzi del sentiero, quando siamo fuori dalle gallerie, il panorama si allarga, in lontananza si scorge la Pianura Padana (basta avere la fortuna di compiere il tragitto in una giornata di bel tempo, con cielo sereno).
Anche se andiamo a percorrere un dislivello di quasi 800 metri e ci sono pendenze di ben 12%, il tutto è molto agibile. Come si diceva, in circa tre ore si arriva al punto più alto, poco sotto il Monte Pasubio. A questo punto il sentiero diventa molto più dolce. Quasi un lungomare ma immerso nel verde, visto che il tutto diventa molto più dritto. Al termine della 33ª galleria, si è a quota 1.900 metri. Si procede quindi ancora per un chilometro, lungo una mulattiera intagliata nella roccia, raggiungendo i 2000 metri con la 48ª galleria e – con un ulteriore chilometro – il Rifugio Achille Papa, alle Porta del Pasubio a quota 1.928 metri sul massiccio omonimo, alla testata della Val Canale, dedicato appunto al generale Achille Papa (cui è intitolata anche la 31ª galleria), che nella prima guerra mondiale si distinse nella difesa di importanti capisaldi come appunto il Pasubio. Il rifugio è sorto nel 1921 su quello che rimaneva di un ricovero in muratura dei baraccamenti della prima guerra mondiale, situati al riparo dal tiro dell’artiglieria austriaca. Qui possiamo fare una lunga pausa, godere la veduta e l’aria di alta montagna, con sottofondo solo la natura.
Dopo la pausa e il pranzo non rimane altro che ritornare al punto di partenza. Seguendo però una pista diversa, ben più vecchia e che si può fare pure in macchina, anche se il terreno è in ghiaia. È la Strada degli Scarubbi, lunga poco meno di 10 chilometri, nata nell’estate del 1915 per consentire all’Esercito Italiano di avere un accesso alla zona sommitale del Pasubio e quindi alla prima linea. Scavata nella roccia sopra le guglie degli Scarubbi, percorsa da autocarri, era usata in condizioni di particolare pericolo, specialmente durante la notte e a fari spenti. Pure questo percorso non è privo di gallerie, ma la torcia non è necessaria. In circa due ore si può facilmente tornare al parcheggio e al punto iniziale della nostra camminata.

La strada è lunga 6300 metri: 2300 sono in galleria i restanti 400 sono scavati a mezza costa nella roccia. La costruzione è iniziata con un plotone di 10 uomini arrivando ad impiegare ben 600 uomini nel prosieguo dei lavori. Furono impiegati ben 40 perforatori ad aria compressa in uso contemporaneamente lungo tutto il percorso ed erano collegati tramite chilometri di tubazioni alla centrale di produzione situata a Bocchetta Campiglia. Le teleferiche per il trasporto dei materiali erano 3. I lavori durarono in tutto 10 mesi tra il febbraio e il dicembre del 1917 e nel cantiere persero la vita 4 soldati precipitati nei canaloni

La storia
Durante la prima guerra mondiale le truppe italiane combatterono contro le truppe della Germania e dell'Impero austro-ungarico lungo l'intera lunghezza del confine austro-italiano, dal Trentino al mare Adriatico. Da maggio a dicembre 1915 le forze italiane riuscirono a conquistare l'intera catena montuosa del Pasubio nelle province di Vicenza e Trento. Il 15 maggio 1916 le truppe austro-ungariche lanciarono una grande operazione trentina, con lo scopo di sconfiggere il fronte delle truppe dell'esercito italiano.
A seguito dell'offensiva, le truppe austro-ungariche riuscirono a prendere piede sul versante settentrionale del massiccio del Pasubio. La linea di contatto tra le truppe si stabilì tra due cime del massiccio del Pasubio, prima anonime, cui furono dati i nomi in base ai lati opposti che li occupavano: Dente Italiano e Dente Austriaco. Dal 9 ottobre al 20 ottobre 1916 le truppe italiane, supportate da due batterie di artiglieria, fecero ripetuti tentativi di cattura del Dente Austriaco, ma non ebbero successo e furono accompagnati da pesanti perdite.
In seguito alla presa delle cime dominanti nella parte settentrionale del gruppo montuoso del Pasubio, le truppe venivano rifornite dalla strada degli Scarrubi, ma il tragitto era sottoposto all'artiglieria nemica e in inverno era pericoloso per le numerose valanghe di neve. Di conseguenza si decise di costruire una nuova strada sul lato sud del crinale, passando per la cima Forni Alti, inaccessibile ai bombardamenti dell'artiglieria nemica. La strada è stata progettata dal passo Bocchetta Campiglia a Porte del Pasubio, una sella nella catena del Pasubio. L'ideatore della strada fu il capitano del genio Leopoldo Motti, caduto poi il 29 settembre 1917 durante l'esplosione della prima mina austriaca sul Dente Italiano.
La realizzazione delle "strada" decisamente non fu semplice. Infatti è un vero e proprio capolavoro d'ingegneria militare sopratutto considerando le condizioni e l'epoca in cui fu costruita, nonché la rapidità d'esecuzione: i lavori cominciarono il 6 febbraio 1917 e furono conclusi nel novembre 1917. Fu realizzata dalla 33ª Compagnia minatori del 5º reggimento dell'Arma del genio dell'Esercito Italiano, con l'aiuto di sei centurie di lavoratori: compagnia 349, 523, 621, 630, 765 e 776.
Nei primi giorni di dicembre 1917, prima di lasciare il Pasubio, la 33ª Compagnia minatori inaugurò simbolicamente la strada, abbattendo un muro costruito appositamente davanti alla prima galleria. Sarà la 25ª Compagnia minatori, assieme alle centurie rimaste, ad ultimare la strada, comprese le gallerie 49 e 50, e in definitiva ad aprirla. Questo percorso viene ritenuto interessante sotto vari punti di vista, da quello paesaggistico a quelli storico e ingegneristico.

Dati tecnici
NOME: Strada delle 52 gallerie
TIPO DI PERCORSO: sentiero/mulattiera
REGIONE: Veneto e Trentino-Alto Adige
LUNGHEZZA GALLERIE: 2.355 metri
ALTITUDINE MINIMA: 1.216 m s.l.m.
ALTITUDINE MASSIMA: 2.000 m s.l.m.
DISLIVELLO: 750 m
INIZIO: Bocchetta Campiglia (1.216 m)
FINE: Porte del Pasubio (1.928 m)
LUNGHEZZA: 6.555 metri
COSTRUZIONE: 6 febbraio–novembre 1917
COSTRUTTORE: 33ª Compagnia del 5 reggimento dell’Arma del genio dell’Esercito Italiano con l’aiuto di sei centurie di lavoratori; Compagnia 349, 523, 621, 630, 765 e 776

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Pubblicato su Panorama il 15 agosto 2023.

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