Villa Manin, maestosa e scenografica
Cos’hanno in comune la residenza dell’ultimo doge di Venezia, Lodovico Manin, il quartier generale di Napoleone Bonaparte durante la sua grande avanzata, due imperatori durante la Prima guerra mondiale e, in tempi più recenti, i Rolling Stones? Sembrano due fatti difficili da collegare, ma la risposta è semplice. Per usare un’espressione semplicistica (che non rende onore alla sua maestosità e rilevanda storico-artistica per il territorio), si tratta di una villa nel cuore della pianura friulana. Ma, ribadiamo, non è una villa qualunque. Si trova a Passariano, una frazione di Codroipo, con poche centinaia di abitanti, vicino a Udine.
Per chi parte da Fiume prende la strada per Trieste e poi in autostrada fino a Latisana e si punta poi verso nord. La pianura friulana si apre piatta attorno a noi tra pioppi, qualche cascina e il Tagliamento. Non sembra il posto giusto per trovare qualcosa di straordinario praticamente nel mezzo del nulla. Però dopo una trentina di chilometri di strade provinciali, notiamo la nostra meta. La sagoma di Villa Manin appare all’improvviso tra i campi, sproporzionata rispetto a tutto il resto, scenografica. Un palazzo che non dovrebbe stare qui. Ma c’è.
Il parcheggio è gratuito e a pochi passi dall’ingresso. Già da qui si vede abbastanza da capire che la giornata sarà lunga e ci sarà di tutto da vedere. Ma per capire meglio questo complesso monumentale bisogna leggere la sua storia. Le sue origini risalgono al tardo XVI secolo con la costruzione di una casa padronale voluta da Antonio Manin, discendente di una famiglia proveniente da Firenze (i Manini), che tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento si trasferì nel Friuli, esiliata per le guerre tra Guelfi e Ghibellini. I Manin si stabilirono ad Aquileia, poi a Cividale, costruirono fortune nel commercio e impararono rapidamente come funzionava la politica nella zona. Si schierarono con Venezia contro il Patriarcato di Aquileia e così ottennero la nobilitazione come conti e iniziarono la scalata ai vertici della Repubblica.
Al servizio di Venezia
Nel 1578 Antonio Manin comprò la Gastaldia di Sedegliano e decise di mettere il cuore dei suoi possedimenti a Passariano, allora un villaggio di sedici famiglie. La posizione era intelligente. Infatti, qui c’era l’incrocio tra le rotte commerciali dell’Alto Adriatico e quelle che risalivano il Tagliamento verso l’Europa centrale. I primi interventi costruttivi documentati risalgono al 1651, quando Ludovico I Manin incaricò il proto Giuseppe Benoni del disegno di dieci pilastri per la nuova dimora, avviando la cosiddetta “Fabrica di Persereano”; i lavori veri partirono tra il 1650 e il 1660, ma quello che vediamo oggi è il risultato di un cantiere lungo quasi cent’anni, portato avanti da generazione in generazione.
Lodovico I ottenne nel 1651 il titolo di patrizio della Repubblica di Venezia, grazie al contributo (centomila ducati) della sua ricca famiglia al risanamento dei debiti dovuti alla lunga guerra di Candia, contro i Turchi.
Nei centocinquant’anni successivi i membri della famiglia Manin intrapreserono una “scalata” ai vertici della Serenissima, conquistando i ranghi di luogotenenti, capitani, residenti, senatori e procuratori di San Marco. La ricchezza della famiglia era notevole: agli inizi del XVIII secolo la proprietà fondiaria era di oltre 12mila ettari e andava dal Polesine fino all’Istria, mentre proprietà immobiliari erano sparse da Rovigo a Padova, da Vicenza a Belluno, fino alle province di Gorizia e Trieste. I Manin edificarono il palazzo di Udine e sostennero le gerarchie ecclesiastiche con interventi in edifici religiosi a Venezia, come la chiesa dei Gesuiti e la cappella di San Giuseppe degli Scalzi.
Erano tra le famiglie più abbienti d’Europa e la villa doveva dirlo senza mezzi termini. Una delle figure chiave fu Lodovico IV Manin. Nato a Venezia il 14 maggio 1725, laureato in giurisprudenza a Bologna, fu governatore di Vicenza, Brescia e Verona, il 9 marzo 1789 eletto doge, il centoventesimo e ultimo della storia della Serenissima. Si trattava però di un periodo turbolento e di lì a poco le conseguenze della rivoluzione avrebbero condizionato per sempre il futuro di Manin e di Venezia: la Serenissima già versava in catastrofiche condizioni finanziarie e la decadenza era ormai in atto. Napoleone, giunto alle sue porte, minacciò di attaccare la città se il doge non avesse abdicato a favore di un governo democratico. Nella seduta del Maggior Consiglio del 12 maggio 1797, Manin si vide costretto a decretare la fine del governo aristocratico veneziano e a deporre depose il corno dogale.
La fine di un mondo
Si ritirò a vita privata, rifiutando ogni collaborazione che gli occupanti francesi gli offrirono. Nell’estate-autunno del 1797, Napoleone Bonaparte, che all’epoca aveva 28 anni e aveva appena vinto la Campagna d’Italia, si installò a Villa Manin con Giuseppina de Beauharnais e ci rimase quasi due mesi, usando il palazzo come quartier generale per le trattative con l’Austria. Difatti, alcuni mesi dopo, il 17 ottobre, proprio qui Francia e Austria firmarono il trattato di Campoformio, che sanciva il passaggio di Venezia (e dei suoi possedimenti, tra cui Istria e Dalmazia) sotto il dominio austriaco.
Una delle repubbliche più antiche del mondo smetteva di esistere in un pomeriggio. Il trattato è rimasto nella storia come uno degli atti più freddi della diplomazia moderna, la vendita di uno Stato da una potenza straniera a un’altra, senza che i suoi abitanti potessero dire niente. Circolava la voce che Napoleone fosse rimasto colpito dall’imponenza della villa, ma che si sentisse a disagio in quei corridoi così silenziosi e in quel parco così vasto. Un generale abituato al campo di battaglia, non ai palazzi. Non è documentato, ma è credibile.
Villa Manin era la residenza estiva e centro di produzione agricola della famiglia: qui Ludovico trascorse molto tempo sia prima sia dopo l’abdicazione del 1797, in grande solitudine. Il popolo lo riteneva ingiustamente responsabile della fine di Venezia come Stato indipendente. Nel suo testamento dispose di devolvere ai poveri di Venezia quarantamila ducati all’anno: una cifra davvero considerevole. L’ultimo doge si spense nel 1804 e fu sepolto nella Chiesa degli Scalzi, dove riposa tutt’ora. L’impronta ducale è ricordata anche dagli apparati simbolici interni, come la Sala della Tenda con stemma Manin e corno dogale.
La nuova vita della proprietà
Nel 1962 la proprietà passò all’Ente per le Ville Venete tramite decreto di pubblica utilità che autorizzò l’esproprio del complesso, in considerazione del grave stato di abbandono. Nel 1969 il complesso fu acquistato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, che lo aprì al pubblico con la mostra dedicata a Giambattista Tiepolo del 1971. In quegli anni Aldo Rizzi fu nominato conservatore della villa (1972-1993) e nel 1971 promossa quella dedicata a Giambattista Tiepolo per il bicentenario della morte. Ci furono ben 325.000 visitatori. Un risultato che stupì tutti. Dopo il terremoto del 1976, istituì la Scuola del Restauro presso le esedre per il recupero delle opere danneggiate.
Da quel momento Villa Manin divenne un punto di riferimento stabile nel calendario espositivo italiano. Nel novembre 1979, dopo quella dell’anno prima allestita a Trieste, Villa Manin accolse un’ampia rassegna organizzata dall’Università popolare di Trieste e dall’allora Unione degli italiani dell’Istria e di Fiume, curata da Sergio Molesi, a testimonianza della vitalità artistica della Comunità nazionale italiana e legate al concorso annuale “Istria Nobilissima”. Dal 2004 al 2008 la villa fu Centro d’Arte Contemporanea, con mostre che portarono a Passariano nomi come Magritte, Cattelan, Kandinsky, Warhol, Pistoletto, Hockney, Rauschenberg. Nel 2024 Michelangelo Pistoletto tornò con una grande retrospettiva nell’ambito di Cittadellarte.
Una passeggiata all’esterno
Andiamo a fare la nostra passeggiata. Ben presto arriviamo dal parcheggio fino all’ingresso. Ci troviamo subito nella cosiddetta Piazza Tonda, un enorme spazio circolare chiuso da due edifici porticati a pianta semicircolare, con due torri simmetriche alle estremità. Davanti, il cancello introduce alla Piazza Quadra, il cortile d’onore della villa. Se ci giriamo, troviamo quelle che ci spiegano sono delle esedre curve che abbracciano questo spazio e che sono un richiamo preciso al colonnato berniniano di Piazza San Pietro a Roma. Di sicuro non un’allusione vaga, ma un gesto volontario. Una famiglia di nobili friulani che si metteva alla pari con il papato. Chi arrivava a Passariano capiva al volo che i Manin avevano soldi, ambizioni e nessuna voglia di passare inosservati.
Ci fermiamo prima di entrare nel palazzo principale per ammirare, a destra, la cappella di Sant’Andrea, costruita nel 1708 su progetto di Domenico Rossi. È addossata alla barchessa settentrionale e comunicava con gli interni della villa, così la famiglia poteva assistere alle funzioni senza uscire. L’interno è senza eccessi. Sull’altare c’è la Madonna, cui i Manin erano devoti. A sinistra Sant’Andrea, patrono di Passariano e a destra San Luigi, il nome ricorrente nei maschi della famiglia. Usciamo e puntiamo al palazzo.
Ci troviamo ormai nella Piazza Quadra. Però prima di entrare nel palazzo giriamo ancora una volta alla destra. Ci troviamo in una grande stanza che vale la pena di visitare. Qui si trova una serie di carrozze d’epoca e quella delle armi storiche, entrambe di proprietà dei Civici Musei di Udine. E si trovano svariati modelli. Nelle insegne ci sono le berlinas, landau, curriculi e le carrozze da gala. Ognuna racconta un uso preciso e uno status sociale altrettanto preciso.
I Manin con le loro proprietà sparse tra Friuli, Veneto e Venezia avevano bisogno di spostarsi spesso e di farlo in modo che si vedesse. Le bardature, le selle e gli arredi delle scuderie completano il quadro di quel mondo di servitori e animali che rendeva possibile la vita aristocratica. L’armeria raccoglie armi da fuoco medievali e rinascimentali. Troviamo alabarde, archibugi, spade, corazze. Utile se si vuole capire le vicende militari di questo territorio, sempre sul confine tra mondi diversi e sempre, in qualche modo, in guerra.
Nelle stanze del palazzo
Ora però puntiamo al palazzo centrale. Il tutto è a tre piani (gli ultimi due sono attualmente chiusi al pubblico). Il grande salone centrale è al piano terra, non al piano nobile come di consueto nelle ville venete. Si accede direttamente dall’esterno, una scelta che dice qualcosa sulla destinazione d’uso di questo spazio. Come spiega la guida, il salone fu completato nel 1761 con le decorazioni in stucco di Angelo Andrioli. Al centro c’è un lampadario in vetro di Murano di buona fattura. Le grandi vetrate si affacciano sia sulla piazza sia sul parco retrostante, creando una prospettiva che attraversa il palazzo da parte a parte. È uno degli effetti più riusciti di tutta la villa.
Poi si trovano svariate altre sale, ma anche se la loro storia sia nota, quello che delude è che sono del spoglie, senza mobili. Soltanto una è addobbata: si tratta dell’appartamento di Napoleone e Giuseppina del 1797. Difficile non pensare, camminando per questi corridoi, ai diplomatici austriaci e francesi che trattavano il destino di Venezia tra un salone e l’altro, ai corrieri a cavallo che arrivavano da Campoformido con bozze di accordi. Il palazzo come teatro della storia. E anche se oggi si dà molto peso all’ultimo doge e a Napoleone, non bisogna dimenticare che durante la Prima guerra mondiale, dopo la disfatta di Caporetto del 1917, la villa ospitò gli Stati maggiori dell’Imperatore Carlo I d’Asburgo e del Kaiser Guglielmo II di Prussia.
La “battaglia di Codroipo” del 30 ottobre 1917 vide oltre trecentomila soldati italiani difendersi a pochi chilometri di distanza. Nella Seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943, a causa della sua posizione strategica e delle ampie sale, fu scelta dalla Soprintendenza come luogo di ricovero temporaneo per un enorme numero di opere d’arte provenienti da chiese, edifici e collezioni pubbliche e private del Friuli e dell’Istria (lavori di maestri come Paolo Veneziano, Alvise Vivarini, Alessandro Algardi, Giambattista Tiepolo, Vittore e Benedetto Carpaccio, oggi al Museo Sartorio di Trieste).
Usciamo dalle stanze del palazzo per entrare nell’imponente parco, ben diciotto ettari recintati dalla muraglia originale, accessibili gratis tutto l’anno. I viali sono larghi, tanto silenzio, qualche statua settecentesca sopravvive qua e là tra i boschetti, soprattutto nella parte più lontana dal palazzo. Era stato pensaso per stupire e oncludeva fortezze in miniatura, labirinti, teatri all’aperto, fontane, uccelliere, serragli con animali esotici. Dopo la caduta della Serenissima i Manin non avevano più i soldi per mantenerlo a quei livelli. Così alla fine del XIX secolo il tutto si semplificò e si creò quello che vediamo oggi, sentieri, macchie d’alberi e laghetti.
Ospiti eccellenti e curiosità
Dopo una bella passeggiata non ci rimane che tornare indietro, nella Piazza Tonda che nel periodo estivo si trasforma in un palcoscenico dei concerti. Nel corso degli anni qui hanno suonato i Rolling Stones, i Pink Floyd, e in anni più recenti artisti italiani come i Pooh, Claudio Baglioni, i Negramaro. E tra qualche mese sono attesi i Duran Duran. Puntiamo, infine, all’altra parte della Villa. Questa è la zona che all’interno delle due ali curve trovano oggi gli spazi espositivi della villa. È qui che si sono svolte negli anni le mostre più importanti di tutta la regione. E qui che fino al 12 aprile è stata allestita la mostra Confini da Gauguin a Hopper. Canto con variazioni, nell’ambito del programma di GO! 2025, accompagnando la nomina di Nova Gorica e Gorizia a Capitale europea della cultura 2025.
Ci sono due curiosità legate a questa Villa. I friulani sostengono con convinzione che il Trattato di Campoformido sia stato firmato a Villa Manin. La verità è più complicata. Le trattative si svolsero quasi interamente qui, ma la firma avvenne in una casa del comune di Campoformido. Più interessante è la storia dei mappamondo di Vincenzo Coronelli, il cosmografo veneziano che nel Settecento produceva sfere geografiche famose in tutta Europa. La villa ne aveva due, di grande dimensione. Sono scomparsi durante una delle tante occupazioni militari, tra Napoleone, gli austro-ungarici e i tedeschi. Nessuno sa dove siano finiti. Qualcuno sostiene che uno sia in un castello della Boemia, altri parlano di una collezione privata a Londra.
E poi c’è Lodovico Manin che cammina nelle notti di nebbia lungo le barchesse, con il corno dogale in mano, a dimostrazione di come nella memoria di Passariano sia ricordato: non come un traditore, non come un eroe, ma come qualcuno rimasto intrappolato in un momento impossibile e che non ha mai smesso di portarne il peso.
Villa Manin è il tipo di posto che si visita aspettandosi una bella villa veneta e ci si ritrova a pensare alla fine di Venezia, a Napoleone che non dormiva, a due mappamondo scomparsi da qualche parte in Europa. Non è un museo nel senso ordinario del termine. È un posto dove la storia ha davvero passato del tempo.
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Pubblicato su Panorama il 15 aprile 2026