Il ponte sul fiume Isonzo
Esiste un borgo in Slovenia che è un incrocio di tutto. È il luogo dove si incontrano due fiumi, l’Idria e l’Isonzo, attraversato da una spettacolare linea ferroviaria, la storica Transalpina, inaugurata nel 1906 ai tempi dell’Asutria-Ungheria. Ed è pure un posto molto amato dagli amanti del trekking perché vi confluiscono svariati sentieri. Si tratta di Most na Soči (letteralmente cioè “ponte sull’Isonzo”), l’antica Santa Lucia d’Isonzo (denominazione mantenutasi fino al 1952, che si rifaceva al nome della santa, protettrice della pieve). Abbarbicato su uno sperone roccioso in prossimità della confluenza dell’Idria nell’Isonzo, il paese è una frazione del comune sloveno di Tolmino. La timida e pacata cittadina si sviluppa lungo le sponde di un lago artificiale creato dalla confluenza dei due fiumi Isonzo e Tolminka e dall’installazione della diga idroelettrica. È la prima in Slovenia a essere stata dichiarata destinazione europea d’eccellenza.
Da Fiume si raggiunge in circa due ore e mezzo di macchina. Per il tragitto, si può scegliere se andare via Monte Nevoso e Postumia per arrivare sull’autostrada slovena che poi scende e va fino a Nova Gorica, oppure arrivarci via Cosina e Razdrto (in italiano Resderta). Per non pagare la vignetta slovena, si può optare per un guro che passa da Trieste e Monfalcone, sale fino a Gorizia e rientra in Slovenia; da Nova Gorica, si imbocca la statale lungo il fianco destro prima e sinistro poi dell’Isonzo, direzione Canale d’Isonzo (Kanal ob Soči). Poco prima di Tolmino, una deviazione a destra porta direttamente alla nostra meta. Ad ogni modo, è un viaggio da non fare in fretta, godendo il paesaggio: lungo la strada, il fiume verde che scorre in basso, le case arroccate sulla roccia, i ponti che sembrano disegnati a mano, è già un’anteprima di quello che ci aspetta più avanti.
Arrivati a Santa Lucia d’Isonzo, l’ideale è parcheggiare accanto alla stazione di servizio, dove la strada principale attraversa il centro del paese. Un punto di partenza pratico come tanti, ma da qui in pochi passi lo scenario si apre in modo abbastanza inaspettato. Dal parcheggio iniziamo la nostra visita. Per prima cosa saliamo verso la parte più alta del paese, la parte vecchia, con le sue case e le sue stradine. In cima c’è la Chiesa di Santa Lucia. La patrona ha dato il nome al paese per secoli. Infatti il paese si chiamava Sveta Lucija ob Soči, Santa Lucia sull’Isonzo, finché nel 1955 il regime non decise di eliminare ogni riferimento religioso dalla toponomastica slovena. Da lì in poi fu Most na Soči. La chiesa, come si legge, fu costruita tra il 1584 e il 1612, su un luogo di culto certamente più antico. La prima menzione scritta risale al 1192, quando un documento la indicava come dedicata a San Mauro.
Dalla Chiesa di Santa Lucia si vede tutto quello che conta. A sinistra abbiamo l’incrocio del fiumi, a destra la superficie verde del lago con i sentieri sulle rive, dritto davanti le colline verso Modrej e Modrejce. Da qui riscendiamo verso il basso e svoltiamo a sinistra per la stradina che ci porta verso il ponte sull’Idrijca, il fiume che arriva da est con le sue acque dalla città di Idria, la città del mercurio. Il ponte è piccolo, ma da qui la vista sulla confluenza dei due fiumi è tra le più belle del paese. La stazione ferroviaria si trova a breve distanza. È qui che i treni della Transalpina si fermano, e qui ogni tanto arrivano le locomotive a vapore dei treni storici. Accanto alla stazione c’è un monumento ai caduti della Prima guerra mondiale.
Torniamo indietro e andiamo sulla riva più larga del lago, dove la superficie smeraldo si apre verso nord e i sentieri partono in due direzioni diverse. Il percorso sulla destra, quello che segue la riva destra dell’Isonzo passando per la zona di Modrej è quello che la maggior parte dei visitatori consiglia. Si tratta di un sentiero senza difficoltà tecniche, percorribile da chiunque abbia scarpe comode. Il lago accompagna per buona parte del percorso, poi il bacino artificiale cede il passo al fiume che si restringe tra le pareti rocciose e torna ad essere quello che era prima della diga. Da Modrej si può continuare verso Tolmino a piedi, oppure tornare a Most na Soči. Le prime ore del mattino, quando la luce ancora bassa fa cambiare tono all’acqua da verde a toni difficili da descrivere.
L’altro percorso verso Tolmino parte dalla riva sinistra e passa per la zona di Modrejce, sul lato opposto rispetto a Modrej. È un po’ più impegnativo. Il terreno è più accidentato, qualche tratto con dislivello, non adatto a scarpe da città. In compenso, il percorso sale rapidamente e in pochi minuti si guadagna una prospettiva dall’alto che comprende tutto il bacino artificiale, il paese sulla cresta e le montagne sullo sfondo. Entrambi i percorsi arrivano a Tolmino, a circa cinque chilometri. Qui c’è un museo che conserva reperti di Santa Lucia e le famose Gole, uno dei percorsi naturalistici più spettacolari delle Alpi Giulie. Il territorio è uno dei siti archeologici più importanti dell’arco alpino sud-orientale. Tra l’VIII e il IV secolo a. C., vi fiorì una vasta e autonoma comunità della prima età del ferro, nota agli esperti come “Cultura di Santa Lucia”.
Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, sotto l’Impero Austro-Ungarico, furono portate alla luce circa 7.000 tombe. I reperti archeologici testimoniano la grande rilevanza strategica e commerciale di questo antico abitato pre-romano e romano. Nei documenti del XIV secolo la località veniva associata alla presenza di un antico ponte sul fiume, assumendo la denominazione di Pons Sancti Mauri (Ponte di San Moro). Il nome di Santa Lucia fu adottato in seguito, prendendo il nome dalla patrona a cui è consacrata la chiesa locale. Ha fatto parte per secoli della Contea di Gorizia e Gradisca all’interno dell’Impero Asburgico, vivendo prevalentemente di agricoltura e sfruttamento del legname. Durante la Grande Guerra, a causa della sua vicinanza strategica al fronte, il paese e le alture circostanti furono teatro di feroci e sanguinosi combattimenti tra le truppe italiane e quelle austroungariche. A seguito del Trattato di Rapallo (1920), entrò a far parte del Regno d’Italia; nel 1947 passò alla Jugoslavia (1947).
Tra le cose che Most na Soči offre è la gita in battello sul lago, magari la cosa più sorprendente. Il battello si chiama Lucija, nome che richiama la patrona del paese ed è un’imbarcazione a due ponti, lunga trenta metri, che dal 1993 porta i visitatori a esplorare il lago artificiale e il canyon della Soča. Il natante era a ruota palettata, uno di quei battelli che sembrano usciti da un romanzo dell’Ottocento, con il grande ruotone che batte l’acqua a poppa. All’inizio del 2023 è stato convertito alla propulsione elettrica, con tanto di pannello solare sul tetto, batterie nello scafo, elica al posto della ruota. Più silenzioso, meno pittoresco, ma il lago ci guadagna.
La navigazione dura circa un’ora. Il capitano accompagna il percorso con una narrazione che mescola dati sull’ecosistema del lago con racconti. A metà percorso ferma il motore e racconta la leggenda del colore del fiume. Si dice che una principessa di nome Lucia, rapita da un drago che viveva in una caverna sotto le acque, pianse tanto da riempire il fiume con le sue lacrime. Un principe scese dal ponte, trovò la caverna, uccise il drago. Il sangue verde della bestia si sparse nell’acqua e colorò il fiume per sempre. La navigazione è possibile da primavera a fine autunno. Gli orari variano, meglio verificare direttamente sul sito del battello.
C’è una altra leggenda più antica e più oscura di quella del drago e della principessa. Si chiama Riba Faronika, il pesce Faronika e appartiene all’intera tradizione popolare del Litorale sloveno. La tradizione descrive Faronika come un essere a metà tra donna e pesce, di dimensioni immense, abbastanza grande da portare il mondo intero sulla schiena. Nei giorni della creazione reggeva la terra sulle acque. Era leggiadra e violenta nello stesso tempo. Poi Dio la sfiorò con un granello di sabbia, e lei scosse la coda. Quando Faronika muove la coda, la terra trema. Il terremoto in Friuli del 1976 si sentì anche qui. Durante la ricostruzione di una casa di Most na Soči, dopo il sisma, vennero trovati per caso reperti del primo conflitto mondiale, nascosti sotto i pavimenti.
Accanto al panello che descrive la storia della Faronika c’è pure quello sulla cucina locale. E ha un nome che è già un programma, Divja kuhinja, cucina selvatica. Non è uno slogan inventato per i turisti. È il nome con cui in questa parte della Slovenia si indica una tradizione alimentare basata su quello che la stagione offre, ossia erbe spontanee, funghi, bacche, selvaggina, e soprattutto pesce di fiume. La trota marmorata dell’Isonzo (o trota dell’Adriatico, l’orgoglio sloven) è la specialità più pregiata. La specie è a rischio e la pesca è rigorosamente regolamentata, ma nei ristoranti autorizzati la si trova ancora in menù. Oltre alla trota, la cucina propone selvaggina ossia cervo, capriolo e cinghiale, otre a formaggi di malga delle Alpi Giulie.
Da queste parti non bisogna dimenticare la Grande Guerra (c’è un museo privato, costruito con oggetti bellici trovati da un padere e un figlio nel suolo e dentro le mura di casa, edificio che durante la Seconda muerra mondiale fu usato come prigione dalle truppe di occupazione). Tra il 1915 e il 1917, questa valle fu il teatro di alcune delle battaglie più sanguinose. Most na Soči, allora Santa Lucia d’Isonzo, si trovava nel settore controllato dall’Austria-Ungheria, parte di terra che gli italiani non riuscirono mai a sfondare per tutta la durata della guerra. Le colline intorno al paese, Mengore, Selski Vrh, Bučenica, furono presidiate per anni da truppe austro-ungariche. Nelle caverne scavate nella roccia si trovavano i comandi, i depositi, le cucine da campo. Alcune di queste caverne sono ancora visitabili sul museo all’aperto del colle di Santa Maria, a pochi chilometri da qui. I sentieri passano ancora tra le postazioni d’artiglieria e i camminamenti. La ferrovia Transalpina ha avuto un’importanza strategica precisa: era la principale arteria di rifornimento per il fronte isontino. Ogni convoglio di munizioni e vettovaglie passava qui, e i comandi italiani lo sapevano bene.
La Transalpina, inaugurata il 19 luglio 1906 dall’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, è una delle ferrovie più affascinanti d’Europa. Fu costruita con l’obiettivo era collegare Vienna con il porto di Trieste attraverso un percorso alternativo alla Meridionale, attraversando le Alpi Giulie con un tunnel di oltre sei chilometri sotto il valico di Podbrdo. Da Jesenice al confine con l’Austria, la linea scendeva verso sud passando per il lago di Bled, le gole del Bohinj, il tunnel, poi lungo la valle dell’Isonzo, con la fermata a Most na Soči, fino a Nova Gorica e infine Trieste. La fermata a Most na Soči conserva ancora l’architettura dei primi del Novecento.
Most na Soči ha circa duecento abitanti. Un piccolo paese ricco di storia. Qui si può avere le necropoli sotto i piedi, la ferrovia che arrivo cent’anni fa e fu rivoluzionaria, la guerra sepolta nel fango del lago e sulle colline, il battello che racconta storie di draghi. Difficilmente si incontra tutto insieme in un borgo così piccolo.
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Pubblicato su Panorama il 31 maggio 2026