Passeggiando nella patria di Pietro Coppo
Ci sono luoghi che sembrano sospesi nel tempo, e Isola sembra essere proprio uno di questi. Incastonata nel Golfo di Trieste, questa pittoresca località di circa undicimila abitanti è una delle gemme meno conosciute dell’Adriatico. Un vero scrigno di storia millenaria, di arte nascosta, di sapori squisiti ma spesso dimenticati e di leggende che il mare ha custodito per secoli. Il nome stesso è rivelatore, deriva appunto dalla sua natura geografica originaria: Isola (in sloveno Izola). Perché questo borgo, anticamente popolato da profughi fuggiti dalla devastazione di Aquileia ad opera degli Unni, era davvero un isolotto, diviso dalla terraferma da un sottile lembo di mare. Il canale che lo separava dalla terra si riempì lentamente dei depositi alluvionali e col tempo venne colmato trasformando in promontorio quello che un tempo era un’isola. Incorporando un piccolo abitato celtico conosciuto come Alieto e quello romano, i nuovi coloni diedero origine alla cittadina, edificarono le proprie case, le mura di protezione e un ponte a schiena d’asino che la congiungeva al continente.
Fu dominio dei patriarchi di Aquileia, dei vescovi di Trieste e Capodistria e nel 1280 fece voto di sottomissione volontaria alla Repubblica di San Marco. Mantenne un forte legame con Venezia, la Dominante. Quando si sviluppò, l’abitato non occupava tutta l’isola, ma si estendeva a semicerchio attorno al porto collocato a sud-ovest. Il centro dunque era nell’area dell’attuale municipio e dell’antica chiesa di Santa Maria d’Alieto. Alla caduta della Serenissima nel 1797, a seguito delle campagne napoleoniche e al Trattato di Campoformio – che ridisegnò la mappa politica italiana cedendo il Veneto all’Austria –, la città insorse uccidendo il podestà in carica reo, secondo il popolo, di aver tramato la cessione di Isola agli Austriaci. Fu quindi absburgica fino alla prima guerra mondiale per poi essere annessa al Regno d’Italia e quindi, finita la seconda guerra, alla Jugoslavia e successivamente alla Slovenia indipendente.
Ma andiamo con ordine. Per chi parte da Fiume, esistono diverse strade che conducono a Isola. Se desiderate un percorso pittoresco e tranquillo, il consiglio è di imboccare la vecchia strada che passa per Permani, Mune, Gelovizza (Jelovice), il confine di Brese di Piedimonte (Brežec pri Podgorju) e poi prosegue verso San Sergio (Črni Kal). Da lì si scende verso Capodistria, per poi proseguire fino alla meta. Se invece avete fretta e non vi dispiace pagare il pedaggio, potete prendere l’autostrada all’altezza di Cosina (Kozina). In ogni caso, in meno di un’ora e mezza si arriva a destinazione.
UN BORGO CHE VIVE CON IL MARE. La nostra passeggiata comincia dove ha inizio la storia moderna di Isola: dal grande parcheggio accanto all’ex fabbrica Ampelea. Da lì percorreremo l’intera penisola lungo il mare, fino alla marina, per poi addentrarci nel labirinto medievale del centro storico, salire sulla sommità del campanile e tornare infine al punto di partenza. Questo non è solo un itinerario turistico: è un viaggio nel tempo. La storia dell’Ampelea, poi Delamaris, è in qualche modo la storia di Isola nel Novecento. Fondata nei primi decenni del secolo scorso come stabilimento per la lavorazione e la conservazione del pesce, l’Ampelea nacque sulla scia della millenaria vocazione locale alla pesca di sardine, sgombri e acciughe. Negli anni la fabbrica cambiò nome e divenne Delamaris, continuando però a produrre conserve di pesce e paté di mare che arrivavano sulle tavole di tutta Europa.
Superato lo stabilimento, imbocchiamo il lungomare. È qui che si comincia a conoscere davvero Isola: una città che vive con il mare, non solo accanto ad esso. Il percorso pedonale che corre lungo le rive è uno dei più piacevoli del tratto sloveno della costa istriana. Camminiamo lungo la riva a fine inverno, in una giornata quasi primaverile. Incontriamo molte persone, per lo più residenti. Passo dopo passo, superato un gradevole parco, arriviamo alla marina: uno dei porti turistici più moderni della Slovenia, capace di ospitare centinaia di imbarcazioni, dalle piccole barche a vela dei diportisti locali agli yacht oceanici in transito nell’Adriatico. Se la marina è nuova e moderna, accanto sorge il porto vecchio, che conserva ancora qualcosa dell’atmosfera dei secoli passati. È qui che per lungo tempo approdarono le galee veneziane, le barche dei commercianti di sale, i bastimenti carichi di olio d’oliva e vino istriano. Isola era infatti, sotto la Serenissima, un importante centro produttivo e commerciale. La sua posizione geografica la rendeva uno scalo naturale lungo le rotte che collegavano Venezia con Trieste e l’Adriatico orientale.
UNA MAPPA AFFASCINANTE. Lasciata la marina, la passeggiata conduce a uno dei luoghi più singolari e meno conosciuti di Isola: il Parco Pietro Coppo. Ma chi era Pietro Coppo? La maggior parte dei turisti passa accanto al suo parco senza sapere di trovarsi davanti alla memoria di uno dei più straordinari intellettuali del Rinascimento istriano. Coppo nacque a Venezia intorno al 1469 e giunse a Isola nel 1502, dove rimase per il resto della sua vita, morendo in età avanzata intorno al 1555. Uomo di vastissima cultura, fu notaio, cartografo, cosmografo e storico. La sua opera più celebre è il De toto orbe (o Cosmographia, trattato scritto intorno al 1520), una descrizione del mondo conosciuto, accompagnata da mappe che rappresentano uno dei documenti cartografici più importanti del primo Cinquecento.
La mappa di Coppo ha qualcosa di affascinante. Il mondo vi appare riconoscibile ma deformato, com’era inevitabile per la cartografia dell’epoca, ancora priva degli strumenti che avrebbero rivoluzionato la conoscenza geografica del pianeta. L’Europa è relativamente ben definita, l’Asia assume contorni fantastici, mentre le Americhe, scoperte da Colombo solo pochi anni prima, compaiono come appendici vaghe e misteriose. Nel parco che porta il suo nome è esposta una riproduzione della celebre mappa. Il parco è piccolo, ma accogliente, con panchine che invitano alla sosta, lontano dal brulichio della riva.
PALAZZI, CHIESE, VEDUTE. Lasciamo il parco e ci addentriamo nel cuore del borgo, la parte della città dal respiro più antico, un fitto labirinto di calli, corti e piazzette modellato nei secoli dai veneziani e, prima ancora, dai romani e dagli illiri. Uno degli edifici più importanti è Palazzo Besenghi degli Ughi – dal nome del poeta satirico (1797-1849) – , costruzione settecentesca che conserva una facciata elegante, con finestre decorate e un portale monumentale.
Le vie del centro convergono tutte, come i raggi di una ruota, verso la sommità della penisola. Qui, nel punto più alto, domina il complesso della Chiesa di San Mauro, patrono della città, con il suo imponente campanile visibile da tutta la costa del golfo. La chiesa ha origini antichissime: la prima costruzione cristiana risale probabilmente all’alto Medioevo, mentre l’edificio attuale è il risultato di secoli di trasformazioni e ampliamenti.
San Mauro è una figura avvolta da una venerazione antichissima. Le fonti lo indicano come discepolo di San Benedetto, vissuto nel VI secolo, noto per la sua obbedienza e per i miracoli compiuti sulle acque, dettaglio significativo per una comunità di pescatori e marinai. La tradizione locale racconta che il santo apparve ai pescatori durante una tempesta, guidando le loro barche verso il porto con una luce soprannaturale. Da allora il suo culto è profondamente radicato nella devozione cittadina. La statua del santo nell’abside della chiesa è una delle opere più antiche conservate a Isola.
Il campanile è stato costruito nel XVI secolo e più volte restaurato. Piani e rampe di scale conducono alla cella campanaria e alla terrazza sommitale. Un’impresa non da poco, ma la fatica è ampiamente ripagata dal panorama che si apre a ogni livello: da qui lo sguardo può spingersi fino all’Italia, verso la periferia di Trieste e oltre, forse fino alle Alpi. Verso il mare s’intravede la zona di Grado, mentre in direzione opposta si distingue Pirano, a pochi chilometri di distanza. Lo spettacolo più immediato, però, è quello che si offre guardando in basso: il centro storico rivela la sua struttura con una chiarezza impossibile da cogliere da terra. La penisola si protende nel mare, le case alte e strette si addensano lungo i vicoli, i tetti si susseguono in una varietà di colori, interrotti qua e là da campanili minori. Si distinguono la marina con le sue barche ordinate, il molo dove i pescatori e gli anziani trascorrono le ore, le piazzette e le terrazze.
È la vita quotidiana di una piccola città, osservata dall’alto. Scendere dal campanile ha sempre qualcosa di malinconico. Si ritorna nel dedalo delle vie strette, e il percorso verso il parcheggio è breve ma suggestivo, tra case antiche e scorci silenziosi. Difficile rinunciare alla tradizione enogastronomica locale. Le guide segnalano, tra i piatti da non perdere, il brodetto di pesce, cucinato con vino bianco e olio d’oliva locale; le tagliatelle al granchio; il polpo in zimino; e naturalmente il prosciutto e o formaggi del Carso. Il tutto accompagnato da acqua fresca e, magari, da un bicchiere di Prosecco. I vini della regione meritano un capitolo a sé: la Malvasia istriana, fresca e fragrante; il Refosco, rosso robusto e tannico tipico del Carso; e il Terrano, vitigno autoctono dal carattere deciso.
Tornati al punto di partenza, c’è ancora una cosa da fare: voltarsi verso ovest. Lo scorcio che si presenta davanti a noi racconta una storia senza bisogno di parole: da un lato si apre il mare del Golfo di Trieste con le sue città; dall’altro, sulla terraferma, si distingue l’ospedale. Una struttura moderna pensata per rispondere alle esigenze sanitarie del territorio. La sua presenza, visibile e ben accessibile, è uno dei segni più evidenti dello sviluppo che Isola e il Capodistriano hanno conosciuto negli ultimi decenni.
E cosa resta, alla fine, di Isola? È una città che è stata isola, poi penisola; che ha attraversato il Novecento con le sue complessità — guerre, cambi di sovranità, esodo, ricostruzione — e che oggi vive in una zona di frontiera culturale che non è soltanto italiana, né soltanto slovena, né soltanto istriana, ma tutte queste identità insieme. Si può dire, in definitiva, che è una cittadina pittoresca ma poco conosciuta, spesso sorvolata da chi è diretto a Pirano o Capodistria. Merita di essere scoperta senza fretta: a piedi, osservando, fermandosi, lasciandosi sorprendere dai dettagli.
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Pubblicato su Panorama il 31 marzo 2026