Caporetto tour nel cuore della disfatta
L’anno 2018 ha celebrato il secolo della fine della Prima guerra mondiale. Una guerra ormai quasi dimenticata e relegata ai libri di storia e foto d’epoca ingiallite. Pur non facendoci caso perché nel tempo così lontana da noi, i “resti” della cosiddetta Grande Guerra sono “visibili” ancora oggi in tanti posti. Resta impressa nelle memorie perché fu un conflitto con tantissime vittime, una guerra in cui si combatteva soprattutto corpo a corpo con le armi costrette ad un ruolo secondario perché tecnologicamente non all’avanguardia rispetto alle odierne, anzi in un tale contesto potremmo definirle “primitive”.
I resti della Grande Guerra vicino a noi li troviamo pelopiù in montagna, nelle catene vicine ad Italia e Slovenia che sono state testimoni di grandi e storiche battaglie. Uno di questi musei a cielo aperto lo abbiamo visto alla Marmolada (reportage pubblicata in qualche numero addietro) a quasi 3.000 metri di quota, con tante trincee sopravissute al tempo e un museo dedicato proprio agli aspri conflitti che hanno avuto come teatro le Dolomiti.
Un’altra zona più vicina alle nostre terre testimone di grandi battaglie è Caporetto (Kobarid in sloveno). Una zona molto isolata e sperduta tra le montagne al confine con l’Italia: è il comune più occidentale della Slovenia e ancora oggi non risulta facile da raggiungere.
Per chi viaggia da Fiume con meta il luogo dove si svolse quella che viene considerata la disfatta per antonomasia, tanto da entrare nel lessico della lingua italiana come sinonimo di tremenda sconfitta, bisogna puntare Postumia/Postojna e poi lungo l’autostrada scendere un po’ in direzione di Capodistria prima di prendere la strada verso Gorizia. E da qui cominciano le strade secondarie e tortuose tra le montagne. Prima si va verso Tolmino e poi ancora verso nord-ovest fino a Caporetto. Dall’altra parte si può venire attraverso Trieste e poi lungo le autostrade verso Udine e poi verso Cividale del Friuli. Poi da qui Caporetto è vicino e la strada molto lineare.
Caporetto oggi è una piccola cittadina con poco più di 1.000 abitanti. Da sempre è stata una cittadina di confine, cambiò più volte Nazione. Dal 1920 al 1947 fece parte del Regno d’Italia. Anche se è una città a due passi dall’Italia è interessante che secondo l’ultimo censimento della popolazione non ci sia nemmeno un abitante che si è dichiarato italiano. Caporetto resta nota per le tantissime vittime tanto che negli anni.
Oggi, come pure 100 anni fa la regione si presenta con una natura quasi intatta e con tante cime anche superiori ai 2.000 metri di quota. E poi c’è l’Isonzo/Soča e la sua sorgente e pochi chilometri dal centro abitato. Per chi vuole conoscere la zona e il circondario per le bellezze naturali il modo migliore è mettersi in moto e fare una bella passeggiata attorno a Caporetto. Non serve una forma atletica particolare, anche i chilometri da percorrere a piedi sono una decina o giù di lì, ma in qualche ora è fattibile. Ideale è fare poi un giro antiorario che parte proprio dal centro della cittadina, dalla sua piazza centrale. Poco dopo la partenza arriviamo al principale museo cittadino. Inevitabilmente è dedicato alla Prima guerra mondiale. All’interno ripercorre le tappe più importanti di questa guerra con particolare accento alle battaglie che si sono svolte in regione. In primo luogo viene ricordata la famosa battaglia che si è svolta dal 24 ottobre al 27 novembre del 1917 tra le truppe italiane e quelle austriache e che si è conclusa con la celebre sconfitta italiana quando si dovettero ritirare fino al fiume Piave. A terra rimasero ben 7.014 militari italiani. Prima di Caporetto ci furono altre undici battaglie, tutte combattute nella stessa zona e con una dinamica e un obiettivo simile: sfondare la linea nemica e costringere gli austriaci a ritirarsi. I generali italiani le provarono tutte: grandi attacchi, piccoli attacchi, attacchi preceduti da lunghi bombardamenti, attacchi a sorpresa, attacchi di giorno e attacchi di notte. L’esercito italiano, guidato dal generale Luigi Cadorna, andò avanti così per 2 anni, cinque mesi e 4 giorni. In alcuni casi riuscì a conquistare parecchio terreno, in altri l’attacco fallì completamente. In ogni caso le perdite furono sempre altissime e il fronte austriaco non venne mai sfondato.
ISONZO
Proseguiamo e poco dopo usciamo dal paese e scendiamo lungo la strada fino al più importante ponte della zona che passa sopra l’Isonzo. È chiamato il ponte di Napoleone e fu parecchie volte al centro di confliti. Distrutto e rifatto parecchie volte, porta questo nome in quanto vi passò l’esercito di Napoleone nel 18.esimo secolo. Interessante che accanto al ponte ci sono due monumenti o meglio letteralmente facce dedicate ai militari caduti, però durante l’ultimo conflitto mondiale.
Andiamo avanti e costeggiamo costantemente il fiume. Mano a mano che il canyon diventa più stretto si notano sempre di più dei rifugi e bunker nella roccia costruiti 100 anni fa. Dopo aver passato ancora un vecchio ponte è bello dirigersi verso la cascata più importante in zona, quella del Kozjak. Arrivarci non è sempre semplice visto che in parte bisogna letteralmente camminare sul letto del fiume, con tanto di piccoli e bassi “ponti”. Se poi arrivate dopo una giornata di pioggia questa è un impresa quasi impossibile.
Vista la cascata non rimane altro che tornare indietro e attraversare il grande ponte sospeso a 51 metri d’altezza sul fiume. È qui che comincia la parte più difficile del percorso, ma pure quella ricca di resti del primo conflitto mondiale. Inizia subito una ripida salita con tanti gradini e in cima, accanto alla strada, troviamo uno dei grandi bunker, muti testimoni di grandi battaglie. Andiamo avanti e iniziamo la salita verso il castello di Tonocov. Il sentiero passa lungo tanti altri percorsi scavati durante la guerra profondi anche due metri e nel percorrerli si può solo immaginare quello di cui abbiano testimoniato. Oggi la zona sembra così pacifica e immersa in una splendida natura ed è difficile pensare che 100 anni fa è stata teatro di terribili battaglie. Questi “corridoi” sono lunghi e tortuosi. Poi dopo una breve salita arriviamo alla strada che congiunge Caporetto a Trnovo. Dopo una breve sosta possiamo dirigerci verso la parte più ripida del percorso. Ben nascosta tra la roccia accanto la strada si cela una ripida e lunga scalinata, tosta da passare perché assorbirà tutte le energie tant’è ripida e impegnativa. Dal punto di vista puramente architettonico, per il tipo di terreno, sembra incredibile come sia stata realizzata. Procedendo in altezza il passaggio diventa sempre più angusto. Una volta arrivati in cima, però, si può godere un bel panorama verso l’Isonzo e le varie montagne circostanti.
IL CASTELLO DI TONOCOV
Segue un percorso molto lineare fino a uno dei più vecchi insediamenti in zona. È chiamato il castello di Tonocov. Scoperta relativamente nuova è ancora zona di scavi e indagini. In parte è pure area museo e posto di riposo d’obbligo per alpinisti ed escursionisti della domenica. Dalla cima di questa zona si ha un maestoso panorama verso Caporetto e l’intera zona comprese le montagne verso il sud, divise fra Slovenia e buona parte in Italia. Troviamo i resti della Grande guerra e vari sentieri/trincee. Su molte guide si può leggere la storia del posto: i primi insediamenti abitati nell’area risalirebbero al IV secolo.
Dalla cima ci possiamo rendere conto della passeggiata fatta e di quanto ci attende per tornare al punto di partenza. Che sia lontano o vicino una cosa è certa: in discesa si fa sempre meno fatica, piccola consolazione. Perché può rappresentare un bel problema il superamento di fiumiciattoli che s’ingrossano per bene dopo le piogge. Pure in questo canale il percorso passa tra le rocce che ogni tanto nascondono bunker militari, oggi quasi nascosti da madre natura mentre all’epoca erano un rifugi che fornivano sicurezza e protezione nel corso delle battaglie.
Dopo diverso tempo rientriamo in una zona abitata, ma un velo di tristezza ci assale: arriviamo nell’area dell’Ossario italiano, sulla cima del colle Gradič.
OSSARIO
L’Ossario è decisamente maestoso. Costruito a forma di ottagono con tre cerchi che racchiudono la chiesa di S. Antonio posta in cima. Lungo questi cerchi ci sono le lapidi dove sono indicati i nomi di tutti i militari caduti nella Prima guerra mondiale in zona e soprattutto durante la battaglia di Caporetto. A fianco della chiesa sorgono quattro lastre tombali militari, trasportate dal cimitero di Bovec. L’ossario è frutto della sistemazione dei cimiteri militari voluta dall’Italia, ed è l’unico in Slovenia, altri resti degli italiani furono traslatati agli ossari di Redipuglia e Oslavia. Fu inaugurato nel 1938 alla presenza di Benito Mussolini. Vi riposano i resti di 7.014 soldati, di cui 1.748 ignoti raccolti in sei tombe poste ai lati delle scalinate centrali.
Il “complesso storico” domina la cittadina dalla quale è ben visibile e pure da qui si ha un magnifico panorama verso tutta la vallata. Indipendentemente se si scende o sale verso l’Ossario ci passa percorrendo una salita con ai lati le stazioni monumentali della Via crucis.
Con l’Ossario e la Via crucis praticamente si chiude il percorso di montagna intriso di storia attorno e vicino a Caporetto. Muto testimone della Prima guerra mondiale.
Sconfitta che «salvò» l’Italia e l’Intesa
La battaglia nota pure come la dodicesima battaglia dell’Isonzo vide di fronte le forze del Reggio Esercito italiano e le forze austro-ungariche e tedesche. Le ostilità iniziarono alle 2 della mattina del 24 ottobre 1917. A combattere furono circa 257.000 soldati italiani con 1.342 cannoni contro i 353.000 militari austriaci e tedeschi, che schierarno in campo 2.518 cannoni. Lo scontro bellico finì ufficialmente il 12 novembre, anche se in certe zone continuò ancora per giorni. Il risultato fu terrificante. Morirono più di 10.000 soldati italiani (secondo altri fronti ben 13.000), con 30.000 feriti e 265.000 prigionieri. Dall’altra parte, ci furono circa 50.000 tra morti e feriti.
La sconfitta portò a immediate conseguenze politiche (la sostituzione del governo in carica) e militari, e l’avvicendamento ai massimi vertici dell’esercito, con il generale Armando Diaz sostituito dal generale Luigi Cadorna. Le unità italiane si riorganizzarono abbastanza velocemente e fermarono le truppe austro-ungariche e tedesche nella successiva prima battaglia del Piave, riuscendo a difendere a oltranza la nuova linea difensiva su cui aveva fatto ripiegare Cadorna.
A testimonianza di questa battaglia, sopra Caporetto è stato costruito il maestoso Ossario nel 1938 dove sono stati sepolti grand parte dei militari caduti in questa battaglia. Poco lontano a Tolmino è stato edificato, pure nel 1938 un’altro Ossario, delle forze tedesche. Qui invece sono stati sepolti 965 soldati tedeschi.
Caporetto nel linguaggio comune, perfino all’estero, è diventata il simbolo di tutte le disfatte, anche se questo termine viene forse usato impropriamente, perché configura un disastro militare completo e irreparabile, i cui effetti durano anni. Certo, gli italiani furono battuti – coinvolte buona parte della 2ª Armata e il XII Corpo d’Armata della Zona Carnia –, ma la sconfitta fu riparata dalla vittoria finale, tant’è che le altre Armate (1ª, 3ª e 4ª) tennero bene, e si deve a loro la vittoria nella successiva battaglia d’arresto sul Piave (che si protrasse per più di un mese e mezzo, nella quale 35 divisioni italiane, pur stanche e depresse dopo la ritirata, respinsero 55 divisioni austrotedesche), salvando l’Italia e l’intera Intesa dalla capitolazione.
Per vedere l’intero articolo, versione PDF
Pubblicato su Panorama il 15 dicembre 2018.