Rosazzo del Friuli: vigneti, natura e storia
Siete amanti delle rose e del (buon) vino? Esiste un posto nel Friuli che fa il caso vostro. Si trova fuori da qualsiasi strada principale, ben nascosto, tra colline e piccoli borghi. Per fortuna che esistono sistemi sofisticati di navigazione satellitare e tracciamento: ci affidiamo a questi dispositivi per farci guidare fino a Rosazzo. Per chi parte da Fiume, sono appena 130 chilometri. Occorre prima arrivare all’altezza di Trieste, dirigersi verso Monfalcone e poi procedere in autostrada, ma solo per il tratto fino a Villese. Da qui si punta verso Gradisca d’Isonzo per deviare nuovamente, verso nord, fino a Villanova del Judrio. Ed è qui che, ormai immersi in piena campagna, inizia la vera avventura e si fanno gli ultimi chilometri, con carreggiate sempre più strette e piene di curve. Arriviamo nella frazione di Rosazzo, Comune di Manzano, in provincia di Udine.
Nelle guide si può leggere che la località è immersa nelle dolci colline del Friuli Venezia Giulia e che rappresenta una delle perle più autentiche e meno conosciute della regione. Custodisce secoli di storia, tradizioni vinicole d’eccellenza e un patrimonio architettonico di straordinario valore. Il borgo, che conta poche centinaia di abitanti, si sviluppa attorno al suo cuore pulsante, ossia l’Abbazia di Santa Maria in Valle. Si erge a cavallo di vie che un tempo godevano di una notevole importanza strategica: dominava, infatti, nel Duecento, la strada che da una parte collega Cividale del Friuli a Gorizia, attraverso il torrente Judrio, Brazzano e Cormons e dalla parte opposta conduce nella pianura friulana, fino ad Aquileia, tra i fiumi Natisone e Torre da un lato e Isonzo dall’altro. Di fondazione molto antica, ha subito nei secoli varie traversie, mantenendo comunque intatta la propria integrità complessiva. Si tratta di un complesso monastico che ha segnato profondamente l’identità culturale e religiosa di questo territorio.
È senza dubbio il monumento più significativo del posto e uno dei siti religiosi più importanti dell’FVG. Le sue origini sono piuttosto controverse e non sempre convalidate da prove, ma la tradizione vuole che nell’anno 800 l’eremita Alemanno si insediasse in questi luoghi solitari per trovare la pace dell’anima e vi costruisse un modesto oratorio e una cella. Quest’ atmosfera di serena spiritualità attirò un numero sempre maggiore di fedeli, le celle si moltiplicarono tanto che l’oratorio diventò un monastero alla cui guida furono poi chiamati i canonici regolari di sant’Agostino. Gli Agostiniani insegnarono agli autoctoni a coltivare la terra. Una chiesa dedicata a san Pietro fu edificata presumibilmente tra il 1068 e il 1070. Non molto tempo dopo, verso il 1100, il monastero fu elevato al rango di abbazia grazie al patriarca Ulrico di Eppenstein. Probabilmente furono questi signori di Carinzia e alleati dell’imperatore, e i loro successori, gli Spanheim, ad avere avuto un ruolo fondamentale nella creazione e nel consolidamento della badia, dandole un vigoroso incremento sia in termini fondiari che di notorietà.
MOMENTI DI GRANDE SPLENDORE. I monaci benedettini furono introdotti a Rosazzo dagli Eppenstein nel 1091 e vi risiedettero per più di tre secoli, scegliendo questo punto strategico sulle colline per stabilirvi un centro di preghiera, cultura e agricoltura. La posizione non era casuale. Infatti le alture offrivano protezione, il clima era ideale per la coltivazione della vite, e la vicinanza alle vie di comunicazione permetteva scambi commerciali e culturali.
La chiesa abbaziale merita un’attenzione particolare. L’interno è a tre navate, conserva opere d’arte di notevole valore. Gli affreschi che decorano le pareti raccontano storie bibliche e della vita dei santi, testimoniando la maestria degli artisti friulani che si sono succeduti nei secoli. L’altare maggiore, in marmo policromo, è un capolavoro di arte barocca. Particolarmente suggestiva è la cripta, uno spazio raccolto e solenne che conserva l’atmosfera mistica dei primi secoli dell’abbazia.
Nel corso della sua lunga storia, l’abbazia ha conosciuto periodi di grande splendore alternati a momenti di declino. Durante il Medioevo, divenne un importante centro culturale dove si copiavano manoscritti e si conservava il sapere antico. I monaci benedettini furono anche innovatori agricoli. Per esempio introdussero nuove tecniche di coltivazione, bonificarono terreni e, soprattutto, perfezionarono l’arte della viticoltura che oggi rende famoso il Friuli in tutto il mondo.
Nel XVIII secolo, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, l’abbazia attraversò un periodo difficile. Gli edifici furono in parte abbandonati e spogliati di molte opere d’arte. Fu solo nel XIX secolo che iniziò un graduale recupero, grazie all’intervento di privati illuminati che compresero il valore storico e artistico del complesso. Oggi l’abbazia è tornata al suo antico splendore grazie a un attento restauro che ha preservato l’autenticità della struttura pur rendendola fruibile ai visitatori.
Finita la visita alla chiesa usciamo nel chiostro, con i suoi archi e il giardino interno che rappresenta un’oasi di pace e contemplazione. Camminando sotto i portici, è facile immaginare i monaci che per secoli hanno percorso questi stessi passi, dedicandosi alla preghiera e al lavoro dei campi secondo la regola benedettina “ora et labora”. Si consiglia di visitare le cantine storiche dove un tempo i monaci producevano il loro vino.
UNA COLTIVAZIONE… «STRATEGICA». Come si può intuire, il nome “Rosazzo” è indissolubilmente legato alle rose e diverse leggende spiegano questa connessione. La tradizione più diffusa narra che i monaci benedettini le coltivassero in abbondanza nei giardini, non solo per la bellezza dei fiori, ma anche per scopi medicamentosi: usavano le rose per la preparazione di unguenti, infusi e medicamenti, secondo le conoscenze erboristiche che i monaci custodivano gelosamente.
Una leggenda particolarmente suggestiva racconta di un abate del XII secolo che, in un momento di grave carestia, pregò intensamente affinché la comunità fosse salvata dalla fame. La mattina seguente, il giardino dell’abbazia si risvegliò completamente ricoperto di rose rosse, un evento prodigioso che fu interpretato come segno divino. Secondo il racconto, l’abate vendette i petali di rosa, molto ricercati all’epoca per le loro proprietà curative e per la produzione di profumi, ottenendo il denaro necessario per acquistare cibo e salvare la comunità.
Un’altra versione lega le rose a una storia dai risvolti tragici: narra di una giovane novizia, innamoratasi di un cavaliere di passaggio, fu costretta a scegliere tra l’amore terreno e la vita religiosa. Fedele ai suoi voti, ma con il cuore spezzato, la ragazza si ritirò in preghiera nel giardino dell’abbazia, dove le sue lacrime, toccando il terreno, si trasformarono in rose bianche. Quando il cavaliere morì in battaglia, le rose divennero rosse come il sangue, simbolo dell’amore eterno che nemmeno la morte poteva spezzare.
Oltre alle leggende, c’è una spiegazione storica più prosaica, ma altrettanto affascinante. Nel Medioevo, le rose erano coltivate strategicamente nei vigneti. I monaci benedettini, attenti osservatori della natura, avevano scoperto che le rose si ammalavano prima delle viti quando erano presenti determinate malattie. Fungevano quindi da “sentinelle”, permettendo ai viticoltori di intervenire tempestivamente per salvare il raccolto. Questa pratica, nata a Rosazzo e diffusasi poi in tutta Europa, testimonia l’intelligenza e l’innovazione dei monaci nell’agricoltura. Ancora oggi, visitando Rosazzo in primavera e in estate, si possono ammirare roseti che circondano i vigneti, mantenendo viva questa antica tradizione. I loro colori e i profumi si mescolano al verde intenso delle viti, creando un paesaggio di rara bellezza.
BOTTIGLIE DOC. Una volta finita la visita all’Abbazia non rimane che conoscere l’altra faccia della regione. Infatti Rosazzo non è solo arte e spiritualità, ma anche terra di grande vocazione vinicola. Il territorio fa parte della prestigiosa denominazione DOC Colli Orientali del Friuli, una delle zone vitivinicole più rinomate d’Italia. Le colline che circondano il borgo beneficiano di un microclima eccezionale. L’esposizione a sud favorisce l’insolazione ottimale delle vigne, mentre le brezze provenienti dall’Adriatico mitigano le temperature estive. La tradizione vinicola di Rosazzo, spiegano le guide turistiche,, parte proprio dai monaci benedettini, che fin dall’XI secolo selezionarono i vitigni più adatti al territorio e svilupparono tecniche di vinificazione all’avanguardia per l’epoca. I monaci compresero che queste colline erano perfette per produrre vini bianchi di grande eleganza, e iniziarono a coltivare varietà autoctone come il Friulano (un tempo chiamato Tocai Friulano), la Ribolla Gialla e il Verduzzo. Nel corso dei secoli, accanto ai vitigni locali furono introdotte anche varietà internazionali come Sauvignon Blanc, Pinot Bianco e Chardonnay, che qui trovarono un territorio ideale per esprimersi al meglio.
Oggi diverse cantine storiche si trovano proprio nei dintorni di Rosazzo, alcune delle quali portano proprio il nome dell’abbazia. Non per nulla ci sono tabelle da tutte le parti. Queste aziende vinicole combinano il rispetto per la tradizione con le tecnologie moderne, producendo vini che hanno conquistato riconoscimenti internazionali. E per cui una visita a Rosazzo non può far a meno di una visita nelle cantine locali, dove è possibile degustare i vini direttamente nelle cantine sotterranee scavate nella roccia, alcune delle quali risalgono al periodo medievale. Particolarmente interessante è la produzione del vino bianco “Rosazzo DOCG”, riconoscimento ottenuto nel 2011 che ha elevato ulteriormente il prestigio di questa zona. Si tratta di un uvaggio che deve contenere almeno il 50% di Friulano, con l’aggiunta di altri vitigni autoctoni. E con il vino abbiamo la cucina: spiccano diversi piatti locali tra cui i “cjarsons”, ravioli ripieni dolci-salati tipici della Carnia che qui vengono preparati con varianti locali. E poi il “frico”, croccanti cialde di formaggio Montasio (altro prodotto DOP friulano) con patate. Non mancano i salumi artigianali come il prosciutto di San Daniele DOP e la “pitina”, polpette di carne affumicata tipiche della montagna friulana.
Dicono che il periodo migliore per visitare Rosazzo va dalla primavera all’autunno. In primavera, i vigneti sono un tripudio di verde e i roseti fioriscono in tutta la loro bellezza. Poi l’estate offre giornate lunghe e soleggiate ideali per passeggiate ed escursioni. E invece l’autunno regala i colori caldi della vendemmia e la possibilità di partecipare agli eventi enologici.
Insomma Rosazzo rappresenta un microcosmo perfetto dove storia, arte, natura e enogastronomia si fondono. È un luogo dove il tempo sembra scorrere più lentamente, dove è ancora possibile stabilire un contatto autentico con la terra e con le persone che la abitano. Visitando Rosazzo si scopre un Friuli meno conosciuto ma non meno incantevole, fatto di tradizioni millenarie ancora vive, di paesaggi che cambiano con le stagioni seguendo i ritmi eterni della natura, di vini che raccontano la storia e l’anima di un territorio unico. E non per nulla all’uscita si sente le persone che definiscono Rosazzo e la sua abbazia come un luogo mistico, un luogo dove si sente la spiritualità.
Per vedere l’intero articolo, versione PDF
Pubblicato su Panorama il 28 febbraio 2026