Fuoriclasse senza tempo

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Nel cuore della Dalmazia, in riva all’Adriatico, tra la pietra chiara che riflette il sole e il mare che detta i ritmi della vita, Spalato è una città che vive di passioni autentiche. Qui si cresce con l’Hajduk nel cuore, ma s’impara presto anche a sognare con un pallone a spicchi tra le mani. Perché se il calcio racconta l’anima popolare, la pallacanestro ha regalato alla città un orizzonte più ampio, proiettandola sul palcoscenico europeo.

E in questa storia, nessuno ha saputo volare più in alto della Jugoplastika. Una squadra capace di trasformare una realtà locale in un simbolo continentale, scrivendo pagine memorabili e conquistando rispetto ben oltre i confini nazionali. Dalle prime vittorie costruite con pazienza fino alla leggendaria tripletta di Coppe dei Campioni, il suo cammino ha il sapore delle grandi epopee sportive. Una parabola fatta di talento e sacrificio, attraversata da cambiamenti storici, crisi e rinascite, ma sempre fedele a se stessa.
È una storia che merita di essere raccontata anche attraverso i suoi protagonisti. Ecco, allora, alcuni dei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del club.

L’eleganza quarnerina
Aramis Naglić, fiumano di nascita, ma spalatino d’adozione sportiva, approdò nel capoluogo dalmata nel momento di massimo splendore del club. Non era facile inserirsi in un meccanismo perfetto che era già campione d’Europa, ma Naglić lo fece con la naturalezza dei grandi, diventando un tassello fondamentale di quella leggenda.
Nato a Fiume il 28 agosto 1965, Aramis muove i primi passi nel basket di serie B con il Kantrida, per poi esplodere nel Quarnero (Kvarner). Qui le sue doti di trascinatore in seconda divisione non passano inosservate: Božidar Maljković, il leggendario architetto della Jugoplastika, decide di portarlo a Spalato nel 1989, insieme a nomi del calibro di Savić e Naumovski. È l’inizio di un’epopea che durerà fino al 1993.
Željko Jerkov andò a prenderlo personalmente a Fiume, strappandolo alla concorrenza di Zara. Naglić, allora ventiquattrenne, era un giocatore atipico e preziosissimo: un’ala capace di lottare sotto canestro come un centro, letale dal perimetro con tiri da tre punti che spezzavano le partite, ma altrettanto impeccabile nel gioco spalle a canestro. Con la maglia dei “Gialli” – allora griffata Jugoplastika, poi POP 84 e infine Slobodna Dalmacija – ha sollevato due Coppe dei Campioni (1990 e 1991), due titoli jugoslavi e quattro coppe nazionali (due jugoslave e due croate).
Pilastro della nazionale croata tra il 1992 e il 1993, è stato tra i protagonisti della storica medaglia d’argento alle Olimpiadi di Barcellona ‘92. Dopo un’esperienza in Italia alla Reyer Venezia e i successi con Cibona e Zara, ha vissuto una “seconda giovinezza” in Slovacchia, vincendo tre titoli e venendo nominato miglior giocatore del campionato. Una volta appese le scarpe al chiodo, la sua competenza lo ha portato in panchina, collezionando scudetti in Slovacchia e un “double” (campionato e coppa) in Austria nel 2022. Per i suoi meriti sportivi, la Croazia lo ha insignito delle massime onorificenze statali, tra cui l’Ordine della Stella del Mattino Croata.

Il «Titano di Gripe»
Se esiste un nome che incarna il dominio fisico e tecnico sotto canestro, quel nome è Dino Rađa. Un atleta che nel corso della sua carriera ha vinto quasi tutto ciò che un cestista possa sognare.
Nato a Spalato il 24 aprile 1967, Dino esplora vari sport – dal canottaggio alla pallanuoto – prima di scoprire che il suo destino è scritto sul parquet. Entrato al Gripe, la sua ascesa è meteorica. Già nel 1987, ai Mondiali juniores di Bormio, mette in ginocchio per due volte gli Stati Uniti: se nella prima partita fu Kukoč a farli impazzire, nella seconda fu proprio Rađa a dominare, quando tutta la difesa americana si era concentrata sul compagno.
Con la Jugoplastika domina il panorama nazionale ed europeo, conquistando tre titoli jugoslavi consecutivi (1988-1990) e la vetta d’Europa a Monaco nel 1989 e a Saragozza nel 1990, abbattendo colossi come Barcellona e Maccabi. Nel 1990 il richiamo dell’Italia lo porta a Roma con un contratto record. All’epoca i giornalisti paragonarono il suo arrivo a quello di Maradona al Napoli. Dopo aver vinto la Coppa Korać, nel 1993 compie il grande salto verso la NBA, vestendo la prestigiosa maglia dei Boston Celtics, dove vive stagioni individuali straordinarie prima che gli infortuni lo riportino in Europa.
Dopo i successi con il Panathinaikos e lo Zara, la sua carriera si chiude con un finale da film: torna nella sua Spalato e nel 2003 trascina i “Gialli” al primo titolo di Campioni di Croazia dall’indipendenza, un trionfo atteso per anni da un’intera città. Il suo palmarès con le nazionali è un elenco di metalli preziosi quasi infinito: due argenti olimpici (Seul ‘88 e Barcellona ‘92), un oro mondiale (1990) e due titoli europei con la Jugoslavia, oltre a svariati bronzi con la Croazia. Inserito nella Hall of Fame dello sport di Spalato e vincitore di innumerevoli premi individuali, Dino Rađa resta, insieme al suo “compare” Toni Kukoč, il simbolo insuperabile di una generazione di fenomeni che ha cambiato la pallacanestro mondiale.

La «Pantera Rosa»
Se Dino Rađa era la forza e Aramis Naglić l’equilibrio, Toni Kukoč era la pura magia. Soprannominato l’”Airone di Spalato” o la ”Pantera Rosa” per la sua eleganza felina, Kukoč non si limitava a giocare a basket: lo reinventava.
Nato a Spalato il 18 settembre 1968, Kukoč incarna l’essenza stessa del talento universale. Inizia con il ping-pong e il calcio, ma quando a 15 anni tocca la palla a spicchi, il mondo capisce che sta nascendo qualcosa di mai visto prima. Un mancino di 2 metri e 11 con la visione di gioco di un playmaker, la precisione di una guardia e l’agilità di un’ala.
La sua ascesa con la Jugoplastika tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta è leggendaria. Insieme ai suoi “monelli”, Kukoč guida Spalato sul tetto d’Europa per tre anni consecutivi (1989, 1990, 1991), un dominio assoluto che lo vede nominato per tre volte miglior giocatore delle Final Four. Prima di volare oltreoceano, vive un biennio straordinario in Italia alla Benetton Treviso, dove conquista uno scudetto e una Coppa Italia, confermandosi il giocatore più decisivo del Vecchio Continente.
Nel 1993 compie il grande salto in NBA approdando ai Chicago Bulls. Nonostante lo scetticismo iniziale riservato agli europei, Kukoč diventa l’arma segreta di Phil Jackson. Accetta il ruolo di sesto uomo di lusso e, al fianco di leggende come Michael Jordan e Scottie Pippen, vince lo storico “three-peat” (tre titoli NBA consecutivi tra il 1996 e il 1998). Nel 1996 viene premiato come NBA Sixth Man of the Year, a testimonianza del suo incredibile sacrificio per il successo della squadra. Con la nazionale, il suo palmarès è un monumento alla grandezza: guida la Jugoslavia all’oro mondiale nel 1990 (di cui fu MVP) e a due titoli europei, mentre con la Croazia conquista il leggendario argento olimpico di Barcellona ‘92 e diversi bronzi continentali. La sua carriera è stata coronata nel 2021 con l’ingresso nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, il massimo riconoscimento mondiale. Toni Kukoč non è stato solo un vincente: è stato l’uomo che ha dimostrato che il basket europeo poteva non solo competere, ma dominare anche nell’Olimpo della NBA.

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Pubblicato sull’inserto Inpiù Dalmazia del La voce del popolo il 9 maggio 2026


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