Campioni di carattere
Nel cuore dell’Adriatico, tra pietra bianca e mare, Spalato è una città che vive di passioni. Per l’Hajduk si tifa, con la pallacanestro si sogna. Se il calcio rappresenta l’anima popolare, il basket ha regalato alla città un respiro europeo. Nessuno come la Jugoplastika ha saputo portare così in alto il nome di Spalato, trasformando una realtà periferica in una potenza rispettata in tutto il continente. È una storia fatta di coppe, di finali, di cambi di nome, di crisi e rinascite. Ma soprattutto è una storia di uomini.
La velocità dell’oro
Nato a Pola il 6 novembre 1953, Željko Jerkov scoprì il basket quasi per caso, dopo aver seguito i Mondiali di Lubiana. Iniziò all’Istragrađevno (1970-72), poi nel 1972 scelse Spalato. Non era una decisione scontata: Zara gli offriva più spazio sotto canestro, ma alla fine prevalse la Jugoplastika. Fu la scelta giusta. In dieci stagioni (1972-1982) segnò 3.476 punti, vinse il campionato jugoslavo (1977), due Coppe nazionali (1974, 1977) e due Coppe Korać (1976, 1977). All’estero vestì le maglie della italiane Scavolini e della Benetton, conquistando con Pesaro la Coppa delle Coppe nel 1983. Con la selezione jugoslava costruì una carriera straordinaria: oro europeo nel 1973, 1975 e 1977, oro mondiale nel 1978, oro olimpico a Mosca nel 1980, oltre ad argenti e bronzi tra Mondiali e Olimpiadi. Dal 1973 al 1982 fu una presenza costante in una delle selezioni più forti di sempre. Rientrato a Spalato, rimase legato al club come dirigente e presidente, per poi entrare in politica. Dal 2008 è membro onorario della Hall of Fame dello sport spalatino.
Il numero 13
A Spalato il nome Duje richiama il santo patrono. Per anni, però, è stato anche sinonimo di Jugoplastika. Duje Krstulović, nato il 5 febbraio 1953, prima di scegliere il basket praticò nuoto, canottaggio, pallanuoto, tennistavolo e perfino immersioni fino a 40 metri. Poi arrivò la maglia gialla, indossata dal 1972 al 1982. Centro potente e tecnico, capace di superare i 30 punti a partita, giocò 221 partite segnando 2.362 punti. Conquistò il campionato nel 1977, due Coppe jugoslave (1974, 1977) e due Coppe Korać (1976, 1977). Con la Jugoslavia vinse l’oro olimpico a Mosca nel 1980, l’oro mondiale a Manila nel 1978 e l’oro europeo nel 1977, oltre al bronzo continentale nel 1979. Uomo riservato fuori dal campo, era un gigante quando la palla saliva. Il suo numero 13 resta una delle immagini più forti degli anni d’oro alle Gripe. All’epoca era considerato un giocatore di livello NBA. La passione sportiva è rimasta in famiglia: la figlia Dora ha vestito la maglia della nazionale croata di tennis.
L’intelligenza in campo
Zoran Čutura, nato a Zagabria il 12 marzo 1962, s’impose giovanissimo in un ambiente competitivo. Con il Cibona entrò in una delle squadre più forti d’Europa: vinse la Coppa delle Coppe nel 1982 e 1987, fu campione europeo nel 1985 e 1986, conquistò titoli jugoslavi e coppe federali in serie. Il momento chiave, ricorderà poi, fu l’arrivo di Dražen Petrović nel 1984. Con lui, e con Novosel in panchina, il Cibona diventò una macchina perfetta. Ala di 2,03 metri, preciso e intelligente, Čutura era il giocatore che ogni allenatore vorrebbe: versatile, silenzioso, concentrato. Dal 1992 al 1994 giocò anche a Spalato, vincendo due Coppe di Croazia prima di chiudere la carriera. Con la squadra jugoslava conquistò l’oro mondiale nel 1990, l’oro europeo nel 1989 e l’argento olimpico a Seul nel 1988. Laureato in economia, è diventato un apprezzato giornalista sportivo, eletto nel 2007 Giornalista dell’anno in Croazia. Il vantaggio? Aver vissuto lo spogliatoio dall’interno.
Lo spirito di Gripe
Il 15 gennaio è arrivata la notizia che nessuno voleva sentire: Ante Grgurević ha chiuso gli occhi per sempre. Nato a Spalato il 13 agosto 1975, alto 1,97, giocava da centro o ala grande lottando contro avversari più alti grazie a forza e posizionamento. Era sinonimo di combattività, uno dei preferiti del pubblico. Cresciuto nella Dalvin, vestì la maglia dello Split dal 1995 al 1999, tornando più volte a casa nel corso di una carriera che lo portò in Svizzera, Italia, Slovenia, Grecia e Cipro. Nel palmarès una Coppa di Croazia (1997), un titolo svizzero (2000) e una Coppa di Serie A2 in Italia con l’Eurorida di Scafati (2006). Chiuse la carriera a Spalato (2010-2012) e passò subito in panchina: prima assistente, poi capo allenatore nel 2019. Resterà nella memoria anche per un gesto che dice tutto di lui: in una partita contro il Gorica non permise a un suo giocatore, Mike Cobbins, di rientrare in campo dopo una perdita di conoscenza. Il pubblico capì e rispettò. Perché a Spalato il basket è passione. Ma è anche carattere. E questi uomini, ciascuno a modo suo, ne sono stati il volto.
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Pubblicato sull’inserto Inpiù Dalmazia del La voce del popolo il 14 febbraio 2026