Grande Guerra, i testimoni muti

Grande Guerra, i testimoni muti
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Dopo aver visitato i resti della Grande Guerra attorno a Monte San Michele e San Martino del Carso andiamo in direzione di Redipuglia, che nel giro di pochi chilometri offre un viaggio completo nella storia del conflitto del 1914-1918 in questa zona. Superato Sagrado, poco prima del Sacrario di Redipuglia arriviamo ai due cimiteri di Fogliano-Redipuglia. Il più vicino è quello civile, mentre accanto sorge quello che a noi interessa, in questa fase della nostra tappa in zona: il cimitero austro-ungarico di Fogliano-Redipuglia, che raccoglie le salme di 14.550 soldati caduti sul fronte dell’Isonzo.
La lettura dei loro nomi e cognomi – tra cui diversi italiani dell’allora Litorale austriaco, insieme con ungheresi, bosniaci, slavi, rumeni e altre nazionalità –, oltre a farci capire le provenienze, dà un’idea della vera dimensione di quella grande tragedia europea che fu il primo conflitto mondiale, ma anche dell’estensione dell’Impero asburgico che combatté sul Carso, sulle Alpi e sul Piave la sua ultima battaglia, per poi sgretolarsi definitivamente.
ALL’OMBRA DEI CIPRESSI. Già all’entrata notiamo che si tratta di un luogo speciale. Infatti, all’esterno ci sono due epigrafi, una in italiano e l’altra in tedesco, che ricordano come questo sito sia stato recuperato dal governo provinciale della Stiria e dai volontari dei Giovani Pompieri stiriani nel 1974, per essere poi riordinato nel 1989 dall’Associazione Croce Nera Austriaca. Sul portale d’ingresso è ben visibile la scritta Im Leben und im Tode vereint, ovvero “Uniti nella vita e nella morte”.
Affrontiamo quindi un lungo viale delimitato da cipressi, che conduce alla grande tomba dove sono stati tumulati ben 7000 soldati ignoti. Sul monumento funebre una targa bilingue rende omaggio a questi uomini che hanno sacrificato la loro vita per amore della loro patria. Tutto attorno sono collocate le tombe dei soldati identificati, a ricordo dei quali ci sono 2550 dei piccoli cippi in calcestruzzo, tutti con tanto di nome e numero. Ripercorrendo la via in direzione dell’uscita, accanto al muro di cinta, sono presenti altre due tombe comuni in cui sono sepolti altri 5000 soldati privi di generalità.
MUSEO ALL’APERTO. Ritorniamo in macchina e ci dirigiamo verso il terzo posto da visitare: il Museo all’aperto del Comprensorio difensivo della Dolina del XV Bersaglieri. Inaugurato nel 2000, si trova sull’area del Monte Sei Busi, praticamente a due passi dal Sacrario. Salendo verso il parcheggio del punto più alto del Sacrario, non deviamo a sinistra bensì a destra, come ci indicano le insegne, proseguendo dritti verso questa struttura che si propone di essere una tra le testimonianze più autentiche della battaglia che si svolse in questo territorio nel lontano 1915.
Il Museo ripercorre la stessa linea del fronte che si può osservare nel Parco Tematico della Grande Guerra di Monfalcone e nel Museo all’aperto del Monte San Michele. Al suo interno si può compiere un itinerario storico completo, che coinvolge sia la parte di storia militare che quella sociale. Contesa sin dalla I Battaglia dell’Isonzo, quest’area passò in mano italiana nell’ottobre del 1915, divenendo sede di un centro di prima medicazione e comando. L’anno successivo, con lo spostamento del fronte più ad est, la dolina non si trovò più in prima linea e poté ospitare così anche un piccolo ospedale militare. Andando lungo i camminamenti e le trincee si possono incontrare molteplici testimonianze che riguardano la vita dei soldati al fronte, la storia della sanità e le vicende che interessarono la popolazione locale durante e dopo il conflitto.
Dopo aver parcheggiato, superiamo il cancello d’ingresso e seguiamo i primi camminamenti a destra, che in lieve discesa portano a una prima dolina dove si trovano alcuni resti di edifici in cemento armato. Non è chiaro a cosa servissero, ma si può ipotizzare che potessero essere dei ricoveri per i mezzi a motore che trasportavano i feriti dalla zona di primo soccorso agli ospedali di retrovia. Andando avanti per i camminamenti, ben evidenti sul terreno carsico, si esce dalla dolina e in pochi minuti si raggiunge il ciglio della dolina del XV Bersaglieri con al suo interno i ruderi del piccolo ospedale militare, i resti di alcune baracche per i soldati, una galleria artificiale e la fossa comune dove erano stati sepolti circa 500 soldati.
Dopo aver visitato le numerose testimonianze di questa parte del percorso, è necessario risalire per un breve tratto dallo stesso punto da dove si è scesi e dopo pochi metri si svolta a destra, in modo da raggiungere la terza e ultima dolina, dove si possono osservare i basamenti di alcuni edifici militari e le tombe di due ufficiali.
IL PARCO TEMATICO DI MONFALCONE. Riprendiamo l’auto e andiamo al secondo imponente posto in direzione di Doberdò. Dopo poche centinaia di metri un nuovo parcheggio. Qui troviamo, un po’ nascosta dalla vegetazione, accanto la strada la poderosa linea fortificata in cemento armato del Monte Sei Busi. Seguendo le tracce sul terreno a destra è possibile percorrerla in parallelo (e in alcuni punti anche entrare) fino a raggiungere il cippo altimetrico che segnala la cima del Sei Busi (118 metri s.l.m.).
Ritorniamo in macchina e scendiamo verso la strada principale per raggiungere il Parco Tematico della Grande Guerra di Monfalcone. Il tutto si trova sulle alture carsiche alle spalle della città e a due passi dalla linea ferroviaria. Diverse le possibili entrate nella zona ovest e tra queste quella che parte dalla Rocca di Monfalcone e l’altra quella della zona delle baracche della Prima guerra mondiale. Scegliamo proprio questa seconda, che ci dà una prima impressione nella zona.
A una prima occhiata, potrebbero sembrare solo delle baracche abbandonate da tempo, ma che “raccontano” una triste storia. Questo è pure un ottimo punto per parcheggiare e visitare il tutto. L’area è estesa per circa 4 kmq, ed è stata aperta al pubblico nel 2005. Si tratta di un grande parco dove si possono osservare zone di guerra, sede di diverse battaglie tra il giugno del 1915 ed il maggio del 1917. Il Parco Tematico della Grande Guerra di Monfalcone è organizzato su tre itinerari che, a seconda del tempo a disposizione, possono essere visitati tutti assieme o singolarmente.
A pochi minuti dal parcheggio arriviamo al primo punto: la lunga Trincea Joffre e la Grotta Vergine. Questo tratto di Carso era passato sotto controllo italiano già dal giugno 1915 quando il Battaglione Messina riuscì a entrare a Monfalcone senza incontrare resistenza da parte dell’esercito asburgico. Infatti, mentre questo si ritirò per alcune centinaia di metri sulla linea delle Quote 121 e 85, quello italiano iniziò la costruzione di un sistema trincerato così da unire la stazione ferroviaria della cittadina con la Quota 98. In questo modo la trincea avrebbe sbarrato la strada ad eventuali incursioni avversarie in caso di sfondamento.
Come si può vedere, il passaggio tra le rocce venne rafforzato in fasi successive e risulta in buono stato di conservazione ancora oggi. Fu dedicato al generale Joseph Joffre, che fino alla tragica battaglia di Verdun (1916) fu a capo dell’esercito francese. Durante lo scavo della trincea, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria, venne scoperta una grande grotta sotterranea priva di alcuno sbocco. Questo ritrovamento fortuito permise alle truppe italiane di creare un ottimo riparo contro i colpi di cannone avversari. La grotta fu chiamata “Vergine” e venne ottimizzata per la costruzione di baracche in legno collegate tra loro. L’entrata principale ha dei gradini ricavati dalla roccia e, per sicurezza, venne scavata una seconda entrata, sempre all’interno della trincea. Sopra l’ingresso della grotta è visibile una targa, in parte rovinata, e una figura femminile che regge con la mano un ramo di palma. La grotta ha più livelli e scende di quasi 20 metri con diverse stanze. Inoltre, sulla stessa trincea si trova anche una seconda grotta, detta “dei Nottoli” o “dei Pipistrelli”, già utilizzata dall’esercito austroungarico all’inizio del conflitto.
Saliamo e ci troviamo nella trincea dedicata all’alpino tenente colonnello Amelio Cuzzi il quale la scoprì per caso e si impegnò nel liberarla dalla fitta vegetazione che l’assediava. Il suo ripristino è stato completato nel 1998, dopo la sua morte, dal Gruppo Alpini di Monfalcone che ha voluto dedicargli questo tratto di trincea. Lo scavo si trova sulla linea principale italiana, e si sviluppa verso est sino alla Quota 104 dove termina con un “tamburo”, una zona dove la trincea di prima linea forma un cerchio. Dall’altra parte si raccorda con la linea arretrata che passa per Quota 98 collegandosi poi con la trincea Joffre. Profonda due metri e larga un metro e mezzo circa, si estende con un andamento curvilineo per circa 30 metri.
A DIVERSE QUOTE. Andando avanti arriviamo alla Ridotta di Quota 121. È il punto più alto del Carso, da cui è possibile ammirare uno splendido panorama sia sul versante sloveno che sulla pianura friulana ed il Mare Adriatico. Nell’estate del 1915 fu trasformata in uno dei baluardi della difesa austro-ungarica che respinse tutti gli attacchi condotti dalla Terza Armata fino all’agosto del 1916. Passata sotto controllo italiano, la Quota 121 si trasformò in prima linea e fronteggiò le nuove postazioni nemiche, attestate su Quota 77 e all’altezza del lago di Pietrarossa. Le tracce che ancora oggi si possono vedere e percorrere sono una fedele testimonianza di questi fatti. Lungo tutto il percorso inoltre è possibile ancora leggere “iscrizioni di guerra”, ovvero le scritte lasciate dai soldati impegnati nei lavori di presidio e rafforzamento della stessa trincea.
Più a sud troviamo Quota 85 “Enrico Toti”, un’altra trincea, chiamata così in onore del volontario italiano qui deceduto durante la Sesta Battaglia dell’Isonzo. È visibile il profondo trinceramento in roccia rinforzato da parapetti in cemento, realizzati dai reparti italiani i quali utilizzarono i precedenti scavi austroungarici. Per completare il tour, si può andare più a est verso Quota 77, ormai a due passai dall’abitato di Sablici. Gli austroungarici (e successivamente gli italiani) scavarono qui profonde trincee, riconvertirono caverne in alloggi e riserve e costruirono postazioni per mitragliatrici e lanciabombe che si possono vedere ancora oggi.
Con Quota 77 si conclude il nostro viaggio alla riscoperta di parte dei resti più imponenti della Prima guerra mondiale nella zona dell’Isonzo, attorno al famoso e vistoso Sacrario di Redipuglia.

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Pubblicato su Panorama il 15 maggio 2024


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