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Dopo aver visitato il castello non castello e il simbolo di Idria, la miniera di mercurio, non ci rimane che prenderci un break. Una pausa come quella dei minatori. Beh, non proprio come la loro. Invece di mangiare un modesto pasto e di berci un po’ di caffe rannicchiati in qualche cunicolo noi possiamo sederci comodamente in uno dei ristoranti della città. Scegliamo di provare un piatto tipico dell’area: gli žlikrof. Di cosa i tratta? Di una varietà di pasta fresca dalla forma che si avvicina a quella dei ravioli o dei tortellini. La gente del luogo però preferisce paragonarli alla forma del cappello napoleonico (bicorno o feluca). Negli anni è diventato tanto popolare da meritarsi una manifestazione dedicata, il Festival degli žlikrof di Idria. In occasione del Festival si possono degustare oltre 30 varianti di žlikrof, tra i quali quelli ripieni con spezzatino di cervo, con gulasch di cervo alla birra, con pollo in salsa al curry, con coniglio arrosto in salsa di coniglio alla birra, con funghi e merluzzo; oppure provare gli žlikrof vegetariani, quelli farciti con salsa al formaggio, con formaggio e gelato; con albicocche secche della pasticceria del Gabron, con salsa vegetariana dell’orto alpino, con salsa di verdure, con salsa al melone e miele… Insomma chi più ne ha più ne metta.
Una volta sazi non ci rimane che fare un salto nei dintorni. Ci rechiamo a Vojsko. Una zona remota e con poche case situata ad ovest di Idria. Il viaggio in macchina dura circa un’ora e bisogna fare molta attenzione a non perdersi nonostante le buone indicazioni lungno la strada. Per fortuna con noi c’è una guida e il viaggio è più semplice. La nostra meta è la tipografia partigiana “Slovenia”. Uno dei siti più autentici e meglio conservati della Seconda guerra mondiale nel Paese. Si tratta di una delle 38 unità tecniche segrete partigiane che operavano nel territorio dell’odierna Slovenia sotto l’egida del movimento partigiano. Il complesso della tipografia era costituito da sei baracche in legno situate lungo un ruscello, in un burrone di difficile accesso denominato “V studencih”. Il complesso era formato da una centrale elettrica, dai servizi igienici, da uno spazio dedicato alla composizione delle matrici, con camera da letto nel sottotetto, una sala macchine, una legatoria e una cucina con sala da pranzo. La tipografia divenne nota e importante poiché dal settembre del 1944 e fino alla fine della guerra proprio qui venne pubblicata la “Gazzetta partigiana”, l’unico quotidiano stampato di qualsiasi movimento di resistenza in Europa. La tradizione del quotidiano partigiano proseguì poi con il Primorski Dnevnik, che viene pubblicato a Trieste dal 13° maggio del 1945.
Dopo una lunga discesa in buona parte per strade bianche, ma ben mantenute, arriviamo a un piccolo parcheggio. Qui l’insegna dice che ci sono 250 metri alla tipografia. Può sembrare un inganno. Magari i metri sono quelli, però sono tutti in salita. Un infinito numero di scalini che salgono le pendici del monte, tra gli alberi. Si sale immersi nel verde del bosco e con l’unico rumore del ruscello. Dopo un certo tempo si arriva alla centrale elettrica. Si sale ancora un po’ e si arriva alla zona della tipografia vera e propria. Le baracche si notano solo all’ultimo istante. Il tutto diviso in più piani e collegato con la sorgente d’acqua situata soltanto pochi metri più in alto.
Lo stato di conservazione della tipografia “Slovenia” è impressionate. A detta della guida soltanto i tetti delle varie costruzioni sono stati rifatti, mentre il resto delle strutture è rimasto quello originale. Perfino la carta! Entrambe le macchine da stampa sono ancora in funzione. Con l’aiuto del custode, volendo, si possono pure stampare degli opuscoli commemorativi in ricordo della visita alla tipografia. Come ci viene spiegato questa tipografia partigiana e la stampa partigiana ha svolto un importante ruolo di collegamento nell’ambito della lotta di liberazione in Slovenia. Ha fatto appello e chiamato la gente alla resistenza armata contro gli occupatori ed è stato il contrappeso necessario per opporsi alla propaganda ostile. Qui, le prime tecniche illegali di ciclostilo entrarono in funzione nel 1941. Attraverso la propagazione di bollettini, proclami, giornali e notizie radiofoniche, la direzione del movimento partigiano ha tenuto informate le persone sugli eventi in Slovenia e nel resto del mondo. All’inizio del 1944, la direzione decise di creare una tipografia più grande e di stampare tutto il materiale necessario su una macchina da stampa, che permise di lavorare più velocemente, di produrre stampe migliori e in tirature più grandi.
Ma come si arrivò alla costruzione proprio in questa zona remota? Il tutto cominciò su consiglio di un abitante del posto, Peter Kogej. Per la costruzione della tipografia fu scelto un luogo segreto e difficile da raggiungere, proprio sotto il bordo dell’altopiano di Vojsko, posizionato a 1.000 metri sul livello del mare e sopra la valle della Kanomljica. Nell’estate del 1944, mentre di giorno le baracche venivano realizzate in una segheria a Gačnik, le travi e le assi numerate venivano trasferite durante la notte nel luogo prescelto per l’edificazione. I collaboratori della tipografia partigiana acquistarono a Milano una grande e moderna macchina da stampa elettrica ad alta velocità, la trasportarono, con molte difficoltà fino a Gorizia e quindi a Vojsko, e poi la trasferirono pezzo per pezzo fino alla baracca dedicata. Allo stesso tempo, acquistarono anche una macchina da stampa TIGL più piccola.
La tipografia “Slovenija” entrò in funzione il 17 settembre 1944 e già il mattino seguente i corrieri distribuirono 4.000 copie della Gazzetta partigiana. La tipografia, che rimase operativa fino al 1° maggio del 1945, impiegava circa 40-50 persone. In meno di un anno di attività, vennero stampati 228 numeri di dieci giornali diversi, con una circolazione totale di oltre un milione di copie, oltre a vari opuscoli, volantini e manifesti, copertine multicolori e altre 44 piccole stampe; un totale di 313 stampe varie su 1.247 pagine in 1.394.311 copie. Un incisore realizzava le illustrazioni con tecnica linoleografica. Nella tipografia vennero realizzati anche timbri destinati alle unità partigiane o utilizzati per falsificare documenti tedeschi.
Il primo numero della Gazzetta partigiana fu pubblicata in forma ciclostilata il 26 novembre 1943, mentre l’ultimo numero fu stampato in questa tipografia il 1° maggio 1945 e pochi giorni dopo il giornale iniziò a essere pubblicato a Trieste. Il 13 maggio 1945, infatti, fu pubblicato per la prima volta con il nome di Primorski dnevnik. Un vero tuffo nel passato e fa impressione poter vedere gli attrezzi originali, le macchine, la carta e tutto il resto. Perfino i piatti e le pentole usate all’epoca. Mancano in sostanza solo i letti. Non ci sono perché in realtà non ci sono mai stati. Gli addetti della tipografia dormivano su dei cumuli di paglia. Terminata la visita non ci rimane cvhe rimontare in macchina e fare ritornare a Idria.
La parte finale del nostro viaggio la dedichiamo a una… ruota. Una ruota del tutto importante, e quasi fondamentale per la lavorazione del mercurio. Si tratta dell’ultimo kamšt, un grande dispositivo di pompaggio azionato dal fiume e destinato all’estrazione dell’acqua dagli spazi sotterranei della miniera di mercurio di Idria. Si trova nei pressi del Divlje jezero (letteralmente Lago selvaggio), il più grande della zona. I più magari solo passano accanto a questa grande costruzione, una specie di magazzino e non notato un altro pezzo di storia di questa città mineraria. Il termine kamšt deriva dalla parola tedesca Wasserkunst, che significa “arte dell’acqua”. Questa stazione di pompaggio è costituita da una ruota motrice in legno, da un asse di trasmissione orizzontale in legno e acciaio, da un albero pompante verticale e da pompe a pistone. La peculiarità della kamšt è rappresentata dalla sua enorme ruota motrice, che misura 13,6 metri di diametro. In passato, molte altre simili stazioni di pompaggio erano operative per soddisfare le esigenze della miniera di Idria. Tuttavia, Questa è l’unica a essere sopravvissuta fino ai giorni nostri, in prossimità del pozzo di Giuseppe. Venne installata nel 1790 e rimase in funzione per più di 150 anni, fino al 1948.
Ma perché venne costruita la kamšt? Come ci spiega la guida la penetrazione delle acque sotterranee nelle gallerie della miniera era un fenomeno molto comune e un grave problema per il funzionamento della miniera stessa. Pompare l’acqua dal pozzo era una delle operazioni più difficili, costose e pericolose. Durante gli anni di attività, la miniera di Idria ha investito considerevoli risorse finanziarie per risolvere questo problema, nella costruzione e installazione di dispositivi sempre più efficienti. Con gli argani originali era possibile sollevare l’acqua da una profondità di circa 40 metri, e anche con i sistemi ad asse rotanti, sebbene fossero più potenti, si arrivava a una profondità massima di circa 100 metri. Le kamšt hanno rappresentato una vera rivoluzione nella tecnologia di pompaggio dell’acqua e la loro installazione ebbe inizio a Idria a partire dall’inizio del XVI secolo. Furono così erette presso i pozzi di Acacio (1533), Barbara (1604), Teresa (1736), Giuseppe (1790), Francesco (1792) e Ferdinando (1836). Erano così efficaci che alcune di loro hanno continuato a funzionare anche dopo l’avvento degli impianti a vapore.
Insomma, Idria oggi vive sospesa tra il ricco passato minerario e il futuro che si fonda sulle potenzialità rappresentate dalle nuove industrie. Una città in grado di “catturare” il turista anche per diversi giorni. Un luogo da visitare con calma, anche per godersi la meravigliosa natura. Una natura che anche oggi non si può dire incontaminata. E vero che non si estrae più il mercurio, però lui è ancora presente e i residui si trovano ancora nei corsi d’acqua. Fiumi e ruscelli dove i pesci non la fanno da padroni e dove non ci sono i pescatori. Una zona dove la salute degli abitanti è stata nei secoli duramente provata e non per nulla su una collina della zona sorge la più grande clinica psichiatrica in Slovenia. Però in ogni caso Idria è da vivere come pure questa vecchia strada che collega Logatec con i molto più conosciuti e visitati Caporetto e Tolmino.
(3 e fine)

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Pubblicato su Panorama il 15 luglio 2024


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