Chioggia, la piccola Venezia

Chioggia, la piccola Venezia
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Nella Laguna veneta, l’ex Serenissima inevitabilmente la fa da padrona. Meta turistica tutto l’anno, presa d’assalto da visitatori che arrivano da ogni dove per ammirare questo gioiello unico nel suo genere, originale con i suoi canali, i ponti, le calli e le contrade, i palazzi e le tante altre attrazioni che la rendono un chiaro punto di riferimento riconosciuto in tutto il mondo. Negli anni, una piccola fetta di questa notorietà l’hanno presa pure le isole di Murano e Burano, le patrie del vetro soffiato e del merletto, con tutte le loro curiosità e particolarità; come pure il Lido di Jesolo e Punta Sabbioni, che negli ultimi anni è diventatal’entrata principale dei turisti diretti a Venezia; senza poi dimenticare Mestre, con il ponte della Libertà che collega il centro storico di Venezia con la terraferma, e il porto di Marghera. E il resto? Il resto rimane quasi sempre un po’ in secondo piano, anche se offre diversi luoghi d’interesse e d’indubbio fascino, degni di essere visti e conosciuti.
Nell’estremità sud-ovest della laguna, infatti, c’è Chioggia, soprannominata “La piccola Venezia” – ed è proprio una magica Venezia in miniatura, con la quale condivide l’incredibile colpo d’occhio di ponti e canali –, inserita nella lista dei Borghi d’Italia e dei Borghi storici marinari, tra le finaliste, insieme a Vicenza, per il titolo di “Capitale italiana della cultura 2024”. Incastonata tra il Delta del Po e la Laguna di Venezia, vicina a grandi città ma isolata, Chioggia sorge su piccole isole collegate da ponti ed è parte del sito “Venezia e la sua Laguna”, riconosciuto nel 1987 come Patrimonio dell’Umanità UNESCO per la sua unicità e per il suo straordinario valore paesaggistico e architettonico.
Alle sue spalle c’è un passato millenario, ricco di tradizioni, di panorami naturali e meraviglie architettoniche racchiuse tra mare, città e natura. Chioggia si è conservata nel tempo in tutta la sua bellezza, molto simile all’apparenza ma estremamente identitaria, per secoli rivale della Regina dell’Adriatico, è una realtà tutta da scoprire. Il patrimonio architettonico è fatto di case e di ponti, uniche e colorate forme al centro di un habitat lagunare da salvaguardare e proteggere. Il vociare cadenzato caratteristico chioggiotto sembra una festa a cielo aperto nelle giornate di mercato, in una commistione di chiacchiere e lavoro. Il nucleo urbano è pittoresco nella sua fisionomia, dove in ogni angolo si respira un’accogliente atmosfera. Carlo Goldoni vi abitò per alcuni anni e proprio qui ambientò la famosa commedia Le baruffe chiozzotte.

ORIGINI MITOLOGICHE E STORIA
Nel corso dei secoli il nome della città subì diversi cambiamenti: Clodia, Cluza, Clugia, Chiozza, Chioggia. A proposito delle sue origini, nelle varie testimonianze si aggrovigliano e si confondono storia e leggenda. Nello specifico, protagonista della mitica fondazione di “Clodia” è Clodio, reduce dalla distruzione di Troia, insieme ai compagni Enea, Antenore e Aquilio (gli ultimi due fondarono rispettivamente Antenore ed Aquileia). Si richiama a questo mito lo stemma della città, un leone rampante rosso in campo bianco, simile a quello troiano.
I ritrovamenti archeologici e studi recenti ci dicono che si può ipotizzare la nascita della città intorno al 2000 avanti Cristo, quando i Pelasgi, popolo di navigatori proveniente dalla Tessaglia, avrebbero preso possesso di svariate città dell’alto Adriatico. L’etimologia del nome di “Chioggia” deriverebbe dal termine cluza, cioè “costruita artificialmente”, in quanto i primi insediamenti furono eretti grazie all’intervento umano altrimenti il villaggio originario sarebbe stato sommerso dal mare ad ogni alta marea.
Sebbene le origini mitologiche della città non siano provate, siamo certi che Chioggia affondi le sue radici in tempi molto remoti, edificata in età romana, come testimonia la struttura del cardo e del decumano che la percorre. I primi riferimenti storici si hanno nel I secolo d. C., nella “Historia Naturalis” di Plinio il Veccchio, che descrive la “Fossa Clodia” e “Brundulum”. Un altro documento antico è la “Tavola Peuntingeriana”, conservata nel museo di Vienna, che cita la zona degli antichi traffici attraverso il porto di Chioggia, Evrone o Edrone.
Il popolamento dell’isola si deve alle due invasioni degli Unni (452) e dei Longobardi (568) che costrinsero gli abitanti del retroterra veneto a rifugiarsi qui. Nell’810 e nel 902 Chioggia fu però messa alla prova rispettivamente da Pipino il Breve, re dei Franchi (810) e dagli Ungheri (902), che la distrussero. Nel 1110 divenne sede vescovile, trasferendo le reliquie dei Santi patroni Felice e Fortunato da Malamocco. Clugia Major (Chioggia) e Clugia Minor (Sottomarina) divennero in seguito l’XI e la XII isola della Serenissima, sottoposte all’autorità del dogado veneziano.
Durante il Medioevo, la città divenne famosa per la produzione del pregiato sal Clugiae, così prezioso da rappresentare una valuta negli scambi commerciali e da essere definito un bene dello stato veneziano, che lo difese in numerose battaglie. Ora le saline non sono più in funzione, ma in antichità erano oro per l’economia della città e impegnavano gran parte della popolazione lavorativa. La fase di fiorente splendore s’interruppe però a causa della storica Guerra di Chioggia (1379-80).
I contrasti tra Venezia e Genova per il predominio sui mari, che caratterizzarono la fase storica delle Repubbliche marinare, provocarono nella seconda metà del Trecento uno scontro diretto tra le due potenze. Il teatro di guerra fu proprio Chioggia, zona di collegamento con il retroterra padovano. I genovesi assediarono la città per terra e per mare: occuparono il porto nell’agosto del 1379, quindi il centro abitato di Sottomarina, incendiandolo e devastandolo irrimediabilmente.
La reazione di Venezia, guidata da Vettor Pisani e Carlo Zeno, portò alla riconquista di Chioggia, dopo un assedio di mesi, e dal giugno 1380 appartenne alla Repubblica di San Marco, mantenendo sempre un’indipendenza orgogliosa dalla Serenissima. fino al 1797, anno in cui Napoleone Bonaparte estese la sua lunga mano fino al litorale adriatico. Successivamente, passò sotto la sovranità austriaca in seguito al trattato di Campoformio del 1798 e qui rimase, eccetto che per un breve periodo in cui si sostituirono nuovamente i francesi, fino al 1866, quando il nascente Stato italiano annesse definitivamente la città.

ATTRAVERSANDO I CANALI
Chioggia è un’isola artificiale: inizialmente era una penisola, ma nella metà del ‘500, per difendere la seconda città del proprio territorio, Venezia fece scavare il canale della Cava, che oggi è attraversato da un ponte a 43 arcate dal quale è possibile ammirare il mare e godersi lo straordinario panorama. La forma della città è così particolare da aver richiamato l’attenzione di numerosi studiosi, tanto da essere considerata una storia di legami con il mare e la pesca: infatti, osservandola dall’alto, Chioggia sembra disegnata come una lisca di pesce, dove le linee verticali dei canali si intrecciano con quelle orizzontali delle calli, in un ordine che forma la “spina di pesce”.
Prima di entrare nella vecchia Chioggia si passa per il Borgo San Giovanni e il lungo ponte che la unisce alla terraferma. Superata la rotatoria, la stazione ferroviaria e lo stadio, un ultimo ponte ci porta sull’isola principale. Tre sono i canali che separano le più grandi isole: il centrale Canal Vena, che attraversa longitudinalmente Chioggia, il Canale Lombardo a ovest e il Canale San Domenico a est. Proprio come tutta la laguna, pure Chioggia si deve confrontare con il fenomeno dell’acqua alta e dai frequenti allagamenti, qui fronteggiato grazie al BabyMose (Modulo sperimentale elettromeccanico). Questo sistema di protezione autonomo, per la difesa del centro di Chioggia dalle acque alte, consiste in due paratoie mobili poste nei canali di accesso e una di queste si scorge subito all’entrata nella città.
Ci fermiamo davanti al Museo civico, dove inizia la nostra passeggiata. Anche se per buona parte di Chioggia si può usare pure l’automobile, è decisamente meglio percorrerla lentamente, a piedi. Subito alla destra vediamo il Canale Vena e davanti a noi appare la suggestiva Torre Santa Maria o Porta Garibaldi (nasce come unico accesso alla Chioggia rinascimentale, custodita da uno spesso perimetro di mura che la circondavano, rendendola completamente inaccessibile all’esterno, in un periodo storico ricco di fermenti e di agitazioni), mentre alla sinistra c’è la cattedrale di Santa Maria Assunta. La prima costruzione è datata 1100, ma, in seguito all’incendio del 1623, fu necessario un intervento di ricostruzione, operato da Baldassarre Longhena, che nel 1624 si occupò del nuovo progetto. La chiesa custodisce le reliquie dei due santi patroni, San Felice e San Fortunato. Esternamente si affaccia sui giardini del Palazzo Vescovile.
Scendendo sul sagrato troviamo una serie di statue accanto al canale Perottolo. La balaustra in marmo che si affaccia sul canale presenta una serie di figure allegoriche femminili (un tempo posizionate all’interno del Palazzo Pretorio), alcuni cesti dell’abbondanza, un paio di leoni reggenti alcuni stemmi e naturalmente la famosa Madonna col Bambino, denominata Refugium Peccatorum. Infatti, davanti a questa statua sostavano per l’ultima volta in preghiera, quando questa stava ancora in Palazzo Pretorio, i condannati a morte.
Nulla di strano in tutto questo se non fosse che una delle statue della balaustra è senza testa. La leggenda narra che esisteva una famiglia molto povera, che aveva cinque figli. Un giorno una delle bambine udì una voce misteriosa che le diceva di mozzare la testa alla statua. La bambina obbedì e decapitò la statua e con sommo stupore trovò al suo interno un tesoro in monete d’oro che consegnò ai suoi genitori risollevando così le sorti della famiglia. La credenza popolare vuole che la voce sia appartenuta a uno dei defunti seppelliti proprio sotto la cattedrale o nell’attiguo cimitero.

SU E GIù PER PONTI
Ritornando sulla strada principale, deviamo subito verso il Canal Vena, cavalcato da nove ponti: di Vigo (che si affaccia alla laguna di Venezia), Caneva, Sant’Andrea, della Pescheria, dei Filippini, San Giacomo (Giacomo (l’unico che collega la città a Sottomarina), Scarpa, Zitelle, della Cuccagna. Quest’ultimo ci dà un ottima panoramica non solo del canale ma della vecchia Chioggia, dei suoi palazzi e delle stradine. Affiancamo i tanti locali, ristoranti, bar, negozi di souvenir, alimentari e altri: c’è di tutto e il bello è che se anche piove si può girare tranquillamente perché siamo al coperto, soltanto gli incroci con i ponti sono scoperti.
Poco più avanti c’è il ponte Scarpa, dove si può ammirare quello che era il Palazzo della Strega, abitato da una fattucchiera dai grandi poteri. Incastonata nella facciata una statua della Madonna, posta proprio lì per esorcizzare. Situato nella zona sud del Canal Vena ha una storia alquanto misteriosa e, per certi versi, quasi esoterica. Anticamente era anche Ponte delle Beccarìe poiché, si racconta, quando la sua struttura era ancora in legno, veniva utilizzato dai macellai (becchèri in dialetto chioggiotto) per uccidere, scannare, scuoiare e lavare gli animali, che poi venivano lasciati dissanguare. Altro appellativo con cui era conosciuto l’attuale Ponte Scarpa era Ponte dei Mustacèti (baffetti, in dialetto) ma anche Ponte delle Strighe (streghe). La rampa orientale del ponte, infatti, si ferma ai piedi della facciata di una casa (ora chiusa) che, secondo la credenza popolare era abitata dalle streghe.
Situato tra il Ponte Sant’Andrea e il Ponte Filippini, il Ponte della Pescheria (già dei Bellemi) deve naturalmente il suo nome al vicino mercato del pesce e, assieme al portale a Prisca e al Palazzo Granaio, rappresenta uno degli scorci più caratteristici del Canal Vena. Fu costruito in muratura nel 1557, sotto il podestà Tagliapietra, ed è uno dei più antichi della città. Classica struttura ad arco, tipica dei ponti veneziani, con il parapetto in mattoni, è simile agli altri ponti che sorgono sul canal Vena, con il corrimano ed i gradini in Pietra d’Istria ed il pavimento in masegni di trachite. Presenta una epigrafe in entrambi i lati, mentre sul lato sud è presente pure uno scudo. Ospita una trentina di postazioni di pescivendoli, chiamati mògnoli, che vendono pesce di tutti i tipi, perché Chioggia è un punto d’incontro anche di pescatori non chioggiotti.
L’accesso principale al mercato è dato dal Portale a Prisca. Come scopriamo, i pescherecci portano il pesce al mercato all’ingrosso alle quattro del mattino, dove viene subito contrattato e quindi viene distribuito per la città o destinato agli altri mercati italiani ed europei (una parte finisce pure al mercato cittadino).
La principale risorsa economica di Chioggia è infatti la pesca tanto che il porto è il più importante scalo marittimo dell’Adriatico e, grazie allo snodo ferroviario Verona-Rovigo-Adria-Chioggia, riesce ad avere un veloce sbocco per il traffico merci verso tutte le direzioni.
Arrivati alla fine del canale, deviamo alla destra verso l’isola che ospita il santuario di San Domenico, luogo sacro da fuori non appariscente, ma che all’interno nasconde una serie di eccezionali tesori. A rendere famosa e venerata la chiesa è, in particolare, l’enorme il crocifisso ligneo posto sopra l’altare centrale. L’opera dovrebbe risalire al XV secolo, anche se recenti studi hanno ipotizzato un’origine più antica, attorno al 1300. La narrazione vuole sia stata scolpita da Nicodemo proprio ai piedi della Croce, venendo successivamente portata nella Marche e, quindi, a Chioggia in seguito a un naufragio. Ed è proprio dalle acque che lambiscono la città che nascono altri misteri. Si dice che per anni i pescatori di Chioggia trovarono, incagliati nelle reti, oggetti antichissimi che fecero pensare a una “città sommersa”. Tuttavia, fino a questo momento, mai alcun studio ne ha dimostrato l’esistenza, eppure questi eventi continuano a ripetersi nel tempo.

L’IMPORTANZA DELLA PESCA
Torniamo indietro e raggiungiamo l’ultimo ponte sul Canale Vena, il Ponte di Vigo per portarci all’omonima piazza, punto in cui sorge una versione più piccola del leone veneziano di San Marco. Quest’elegante ponte bianco, che ha assistito alle evoluzioni e alle trasformazioni della città, è chiamato il balcone della città ed è un simbolo per i chioggiotti. L’arcata è in muratura ma tutto il rivestimento del ponte è in pietra d’Istria. Dello stesso materiale è la balaustra formata da colonnine e bassorilievi che lo decora in entrambe le facciate, come pure i gradini e il corrimano, mentre il pavimento è in masegni di trachite. Le colonne del parapetto sono ornate da quattro leoni con scudi che raffigurano un drago alato, il nome del podestà Arnaldi, un leone rampante, mentre la figura del quarto non è più riconoscibile. In passato, quando non esisteva ancora un sistema di illuminazione basato sull’energia elettrica, al centro del ponte vi era un faro di notevoli dimensioni. Questo aveva il compito di guidare e di orientare gli eventuali naviganti della stupenda laguna chioggiotta.
Forte è il legame della città con il mare: la pesca è infatti la principale risorsa economica e fonte di sviluppo. Nel porto di Chioggia si possono ancora ammirare attraccati al molo i “bragozzi”, tipiche imbarcazioni dai colori vivaci. Con la costruzione di questo tipo di barca lunga 12 metri si diede la possibilità ai pescatori di diventare possessori di un’imbarcazione da pesca più leggera e meno costosa. Un tempo lo scafo dei bragozzi era abbellito con varie decorazioni. A prua erano dipinte a olio figure alate nell’atto di suonare la tromba, dette ànzoli (Angeli), o soggetti sacri. Lo scopo di questi dipinti era, ovviamente, quello di ottenere la protezione dei santi o della madonna.
Non ci rimane altro che andare indietro, questa volta lungo il Corso del Popolo, la piazza aristocratica e raggiante che Curzio Malaparte chiamò un grande caffè, sempre brulicante di gente. Lunga 830 metri da porta Garibaldi all’affaccio in Laguna, da sempre centro di animazione, socialità, attività commerciali e servizi. Lungo il Corso del Popolo sopra l’insegna della Farmacia al duomo (Palazzo Poli) si trova una lapide che ricorda che quell’abitazione fu dimora di Carlo Goldoni, il padre della commedia italiana.
Il corso, ricco di edifici porticati sul lato di ponente, assunse l’attuale importanza prospettica tra ‘600 e ‘700, quando vi si orientarono le fronti di vari palazzi. Fra questi il vasto e neoclassico Palazzo comunale, mentre uno slargo, con al fondo la settecentesca chiesa dei Filippini, lo divide dalla chiesa di SS. Trinità, o Trinità dei Rossi. Poco oltre, appena arretrato sul corso, s’incontra il portico in pietra d’Istria del Granaio, basso edificio del 1322 (tra i più antichi della città); più avanti, sullo stesso lato, c’è la barocca chiesa di S. Andrea, con l’isolato campanile veneto-bizantino (XIII secolo).
Vi ha sede il Museo della Torre dell’orologio, raro esemplare di orologio trecentesco e bel panorama dalla cella campanaria. Questa Torre ha una particolarità: qui si trova l’orologio da torre più antico del mondo, costruito da Giovanni Dondi dell’Orologio. Per molti anni, numerose ricerche condotte in Italia e all’estero dai principali esperti in materia hanno sostenuto l’idea che il primato dell’orologio chioggiotto fosse condiviso con l’orologio di Salisbury, poiché entrambi sarebbero stati costruiti nel 1386. Tuttavia, secondo recenti perizie, il primato del più antico del mondo spetterebbe all’orologio della torre di Sant’Andrea, poiché esistono diverse documentazioni storiche che ne attestano l’esistenza già in epoca precedente a quella data, mentre la data di costruzione dell’esemplare inglese sarebbe tuttora incerta. L’orologio di Sant’Andrea è quindi attestato come l’esemplare più antico esistente, vale a dire il primo orologio costruito e tuttora funzionante al mondo.
Incontriamo misteri anche presso la Chiesa di San Giacomo: qui si venera un ceppo “sacro” e si narra che un uomo ebbe un’apparizione della Vergine Maria che, seduta su di esso, abbracciava Gesù coperto di piaghe. Fu così che l’uomo andò a chiamare i compaesani che, non appena giunsero sul posto, videro solo il ciocco; la Madonna e Gesù erano su una barca che piano piano si allontanava sempre più all’orizzonte, fino a sparire nella nebbia e senza essere mai più ritrovati.
Chioggia si può visitare con calma in tutte le stagioni. Oltre ai luoghi, non è da sottovalutare la sua tradizione culinaria: i prodotti della terra tipici locali come il radicchio rosso Igp a forma di rosa, cipolla e zucca e il pesce fresco di mare (pesce azzurro, crostacei) danno vita a piatti unici per un mix di sapore e qualità. Singolare anche il pane di Chioggia, una forma di anello fragrante e croccante. Da non dimenticare, trovandosi in zona, le frequentate località balneari di Sottomarina e Isola Verde.

Grandi nomi
La città tra gli illustri cittadini del passato ricorda due calciatori, i fratelli Aldo e Dino Ballarin. A loro è stato dedicato lo stadio cittadino e al museo civico pure una mostra. Ai più magari non saranno conosciuti. Quello che si fece sopratutto strada fu Aldo, un pilastro difensivo del Grande Torino, con il quale riuscì a vincere quattro scudetti. Nel 1949 convinse la società di prendere pure il fratello minore Dino per l’amichevole di lusso a Lisbona contro il Benfica. Purtroppo al ritorno l’aereo precipitò a due passi da Torino, a Superga. Nella tragedia morirono entrambi i fratelli e in loro onore il comune di Chioggia gli intitolò il proprio stadio comunale nel 1950.
Poi da ricordare pure Giovanni Dondi che compose un famoso planetario, detto orologio, che oltre alle ore del giorno e della notte, i segni dello Zodiaco, rappresentava il corso dei principali pianeti allora conosciuti. Noto pure l’esploratore e navigatore Nicolò De’ Conti. Una figura meno conosciuta di Marco Polo, ma non per questo meno avventurosa.
E poi Cristoforo Sabbadino, il moretto, che fu il primo Consultore della Repubblica Serenissima in materia di sicurezza del regime lagunare. Fu pertanto il più illustre ingegnere idraulico del 16.esimo secolo che operò per deviare i fiumi dalla laguna veneta. Nel “Trattato delle acque” analizzò la laguna dal punto di vista storico idrografico, lasciando pregevoli rilevamenti tipografici.
Tra le figure più recenti l’attrice Eleonora Duse. Ma pure la politica e insegnate Lina Merlin, prima donna a essere eletta al Senato della Repubblica. Al suo nome è legata la legge con cui venne abolita la regolamentazione della prostituzione in Italia.

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Pubblicato su Panorama il 31 marzo 2024.


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