Si ritorna in trincea

Si ritorna in trincea
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A pochi mesi dal 110º anniversario dall’inizio della Prima guerra mondiale – scoppiata ufficialmente il 28 luglio del 1914, dopo che il mese prima a Sarajevo, uno studente panslavista, il serbo-bosniaco Gavrilo Princip, aveva ucciso l’erede al trono d’Austria-Ungheria, Francesco Ferdinando –, reduci da una tappa al Sacrario di Redipuglia (si veda il numero precedente di “Panorama”, uscito lo scorso 15 aprile), abbiamo deciso di visitare i campi che sono stati teatro di terribili scontri tra gli eserciti, ossia le Battaglie dell’Isonzo. In totale furono ben dodici: la prima iniziò il 23 giugno del 1915 e l’ultima finì il 7 novembre del 1917, a Caporetto.
Con il Sacrario si è dato degna sepoltura e onore all’enorme numero di caduti. Però sono da visitare pure i luoghi in cui scorreva il sanguinoso Fronte d’Isonzo; posti sparsi tutto attorno ai monti oggi ricoperti di tanto verde, ma all’epoca molto spogli. Oggi è difficile immagine gli scenari di guerra e il perché certi punti erano ideali per costruire delle trincee, le gallerie sotterranee che fungevano da vero e proprio rifugio e rifornimento per i soldati, e altre strutture. La zona nel suo complesso è muto testimone di ciò che accadde all’epoca, documentati da cippi e monumenti, nonché da veri e propri resti delle vecchie costruzioni. In pratica, è un vero museo e cielo aperto. Per riuscire a vedere tutto si potrebbero trascorrere giorni e giorni. Occorre operare una scelta: per prima cosa, decidiamo di visitare il Monte San Michele e San Martino del Carso, sulla strada che collega Sagrado e Gorizia.
MONTE SAN MICHELE. Il Monte San Michele si trova nella parte settentrionale del Carso isontino, a pochi chilometri da Gorizia. Propone un suggestivo itinerario tra storia e natura. Grazie a una serie di percorsi, si possono scoprire diverse strutture e i monumenti risalenti alla Grande Guerra, costruiti sulle pendici e sulle quattro cime di questo rilievo carsico. Molto conosciuto grazie alle poesie di Giuseppe Ungaretti, che qui combatté per diversi mesi, sul Monte San Michele si svolsero operazioni belliche durissime, specialmente nel primo anno di guerra. La cima, difesa dalle truppe ungheresi, era fondamentale per la tenuta del fronte isontino e in particolare della città di Gorizia. I soldati italiani attaccarono più volte questo rilievo di appena 275 metri con risultati catastrofici, specialmente durante la seconda e terza battaglia dell’Isonzo. Solo nell’agosto del 1916, durante la sesta battaglia dell’Isonzo, ci fu la svolta con la conquista della cima.
Decidiamo di iniziare la nostra visita alla cosiddetta Area delle Battaglie, a due passi dal centro di Sagrado. Lungo la strada c’è un piccolo parcheggio, con una tabella sulla guerra in trincea. Lasciamo la macchina e ci dirigiamo a piedi lungo un percorso in leggera discesa. Il nostro primo obiettivo è il monumentale Cippo Filippo Corridoni. Ci arriviamo dopo circa 15 minuti. Sindacalista, militare, politico, rivoluzionario e giornalista, decorato con la medaglia d’oro alla memoria, amico personale di Benito Mussolini, è ricordato da un’opera scultorea alta ben 23 metri, ben visibile anche da lontano, nonostante il bosco, composta da un blocco di pietra naturale del Carso, con epigrafe in rilievo con caratteri in stile romano in bronzo, collocata in un’area carsica particolarmente simbolica: la Trincea delle Frasche. Si tratta del luogo nel quale trovò la morte il 23 ottobre 1915, durante un’offensiva per la conquista di un avamposto nemico. Il periodo è quello della terza battaglia dell’Isonzo. Il progetto fu richiesto direttamente da Benito Mussolini nel 1933. Eretto in periodo fascista, il monumento commemorativo racchiude diversi simboli di quell’epoca che ancora oggi si possono facilmente riconoscere: la mano destra aperta in segno di saluto romano, l’aquila che guarda ad est ed il fascio littorio che si sviluppa quasi tutto lungo l’altezza del monumento. Poco lontane si notano le prime trincee e le prime grotte.
LA TRINCEA DELLE FRASCHE. Ritorniamo in direzione della macchina e poco dopo troviamo le indicazioni verso la Trincea delle Frasche. Qui entriamo in una zona ricca di camminamenti, trincee, fortificazioni e costruzioni austro-ungariche e italiane. Uno dei maggiori è proprio la sunnominata Trincea delle Frasche, che durante i primi assalti dell’esercito italiano fu uno degli ostacoli più temibili. Questo formidabile sbarramento, scavato dall’esercito asburgico nei primi mesi di conflitto, resistette tenacemente fino alla fine del 1915. Il suo nome evoca l’ingegno militare degli uomini ungheresi, che, con astuzia, camuffarono la trincea utilizzando rami per renderla meno visibile agli occhi dei nemici, compresi gli osservatori terrestri e della ricognizione aerea. Questo stratagemma rappresentava una sfida significativa per le truppe italiane.
I resti che oggi si possono vedere sono perlopiù fortificazioni costruite dagli italiani fra l’autunno del 1916 e i primi mesi del 1917. Lungo il suo tracciato si incontra una galleria militare che garantiva i collegamenti con altre linee della zona, in particolare con la vicina Dolina del XV Bersaglieri. Si tratta di trincee profonde anche più di due metri e in parte pure oggi percorribili. In parte sono state ormai “occupate” dalla natura. E pure per chi viene oggi, queste trincee si notano solo all’ultimo secondo, per cui si può immaginare che pure all’epoca erano ben mascherate.
Poco più avanti, a due passi dalla strada, in mezzo a una radura circondata da un boschetto di pini e cipressi, si erge il monumento in memoria del sacrificio della Brigata Sassari, che ebbe un ruolo fondamentale nella conquista della Trincea delle Frasche durante la quarta battaglia dell’Isonzo. Il monumento fu inaugurato originariamente durante il Ventennio fascista, ma dopo la Seconda guerra mondiale venne ricostruito e riconsacrato nel maggio del 1950, in occasione del Raduno Nazionale del Fante a Gorizia. La lapide posta in cima è molto significativa. Qui infatti vengono riportati i numeri dei caduti tra il 1915 e il 1918 (13mila), quelli dei feriti (18mila) e le varie onorificenze: quattro medaglie d’oro alla bandiera dei due reggimenti (151° e 152°), nove medaglie d’oro individuali, 286 medaglie d’argento e 425 medaglie di bronzo.
IL SENTIERO DEI CIPPI. Ripresa la macchina, puntiamo dritti la cima del Monte San Michele, dove sorge l’omonimo museo (occorre però controllare gli orari di apertura, ma anche se si viene un giorno in cui è chiuso si possono vedere tante tracce della Grande Guerra). Ci fermiamo nell’ampio parcheggio e per primo visitiamo il piazzale, che ci fa capire un po’ la zona e l’ampio panorama che sorge da qui, in primis in direzione nord. Sul piazzale troviamo diversi monumenti, cippi e dei vecchi cannoni. A questo punto prendiamo il Percorso dei Cippi, che si snoda attorno alle quattro cime del San Michele e che si congiunge con il cimitero di San Martino del Carso e la trincea italiana colpita, il 29 giugno 1916, dal primo attacco chimico su questo fronte. Andiamo a quello che va alla sinistra, subito accanto al museo e all’entrata delle Gallerie. Il sentiero è caratterizzato dalla presenza di ben 53 monumenti commemorativi dedicati ai vari reparti (compresi quelli austro-ungarici) che hanno combattuto su questa altura fino alla sesta battaglia dell’Isonzo. L’idea nacque dopo che nell’ottobre del 1922 il Parlamento italiano aveva dichiarato il monte “Zona Sacra per fasti di gloria”. Oggi parte di questi cippi sono ben leggibili, altri no.
Accanto a uno di questi cippi si trova il Schönburgtunnel tra la Cima 2 e la Cima 3, e ha un grande portale d’ingresso. Il tunnel era una delle principali costruzioni di difesa dell’esercito austroungarico, eretto dal 7° battaglione Feldjager e dedicato al generale della 6° divisione di fanteria, Alois von Schönburg Hartenstein, protagonista della terza battaglia dell’Isonzo nell’ottobre del 1915. La struttura attraversa il Monte e raggiunge il versante opposto. Adibita a ricovero per i soldati dell’esercito austro-ungarico ed a passaggio delle riserve verso la prima linea. All’altro capo era stata creata una postazione per mitragliatrice che poteva controllare il territorio compreso tra la Cima 2 e la Cima 3. Oggi purtroppo il tunnel è franato ed è visitabile solo in modo parziale, si può entrare per pochi metri. L’entrata conserva ancora la struttura e le pietre originali. A poca distanza troviamo pure un’altra delle entrate, nominata ricovero austriaco.
UNA RETE DI GALLERIE. Raggiunta la zona del museo, facciamo il giro attorno alla Galleria Cannoniera della Terza Armata. Una zona imponente con tante gallerie e di cui dall’esterno vediamo parecchie entrate alte e larghe. Il complesso sotterraneo fu scavato dalla 20° compagnia del genio minatori tra il settembre del 1916 ed il giugno dell’anno successivo all’interno della Cima 3.
La galleria è articolata con due rami principali e fu inizialmente voluta per ospitare otto cannoni di medio calibro (da 149 mm). I tunnel permisero il piazzamento di sei bocche di fuoco orientate verso nord, su Gorizia e la Valle di Vipacco, e due verso sud-est, sul Carso di Comeno ed il Monte Ermada. Da questa posizione riuscivano a colpire sia le prime linee difensive austro-ungariche che le retrovie, dove si trovavano i centri di riposo e rifornimento. La Cannoniera è stata riaperta al pubblico nel 2014. Al suo interno sono ancora visibili i basamenti in cemento su cui erano appoggiate le armi, i corridoi e le sale utilizzate dalle truppe come deposito per i materiali, infermerie e dormitori. Dal 1917 i suoi spazi nel cuore della Cima 3 furono utilizzati anche come sede del Comando Tattico della Terza Armata. Lungo la camminata si può salire sulla vetta e anche andare alla terrazza panoramica, da dove si può vedere la Foce dell’Isonzo, oggi riserva naturale.
Subito accanto alle Gallerie, c’è una cavità carsica alle falde della Cima 3 detta Caverna del Generale Lukachich, in onore di Géza Lukachich von Somorja, comandante della XX Divisione Honved, l’esercito nazionale ungherese, distintosi sul fronte dell’Isonzo, operando con successo nel settore del Monte San Gabriele.
RICORDI DA PRESERVARE. Poco avanti finiamo il nostro giro e scendiamo verso il paese e di incamminiamo verso il Cippo 4° Honved, ossia il cippo del 4° Reggimento Honved che venne realizzato dalle truppe ungheresi nell’autunno del 1917 dopo la dodicesima battaglia dell’Isonzo. Venne eretto per onorare i fanti ungheresi di questo reggimento che qui fronteggiarono l’esercito italiano nelle prime sei battaglie dell’Isonzo. Si tratta di una piramide tronca costruita con le pietre della vicina chiesa, distrutta dalle truppe della Terza Armata perché considerata un osservatorio austro-ungarico. Il monumento che oggi si può vedere non è quello originale, ma è stato ricostruito nel 1993 dalla locale sezione dell’Associazione Nazionale Alpini che lo ha riqualificato dopo anni di incuria e degrado.
Una tappa obbligatoria è il museo privato che dal 2007 ospita la mostra permanente “Ricordi della Grande Guerra a San Martino del Carso”. L’esposizione raccoglie diversi reperti e materiali trovati a San Martino, sul monte San Michele ed i territori circostanti. Curato minuziosamente, permette di integrare quanto visto nel museo all’aperto.
Con questo museo finisce la nostra prima parte delle visita nella regione e non ci rimane che scendere verso Redipuglia. Strada facendo notiamo il Parco e il sentiero dedicato a Giuseppe Ungaretti. E non è un caso, considerato che il poeta qui combatté per diversi mesi, dedicò a quest’esperienza diverse poesie.

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Pubblicato su Panorama il 30 aprile 2024.


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