Sotto le strade una ricchezza inestimabile
La storia di Idria è la storia del suo mercurio, di una miniera ricca di gallerie e con tanti livelli. È proprio questa ricchezza inestimabile che ha guidato lo sviluppo della città nei secoli. E oggi, anche se la miniera è chiusa, vive a pieni polmoni, tra tutto il resto. Dopo aver visitato, nella puntata precedente (“Panorama” n. 12 del 31 maggio 2024) il locale Castello Gewerkenegg (il nome germanico può essere semplicemente tradotto con “castello minerario”, costruito dai proprietari per difendere la città da veneziani e turchi, per immagazzinare mercurio e cibo e per l’amministrazione della stessa, che in un primo momento era privato per poi passare allo Stato), siamo scesi a valle e ci siamo diretti fino alla casa che sulla sua facciata ha la scritta 1500 Antonijev Rov, ossia Pozzo di Antonio, oggi usato per tour ai livelli superiori, completato con modelli a dimensione naturale dei lavoratori nel corso delle epoche.
La galleria, scavata nel XVI secolo, è il più antico ingresso in una miniera conservato in Europa. È stata la seconda miniera di mercurio più grande nel mondo, al culmine dell’attività di estrazione, nel XVIII secolo, seguiva solo a quella di Almadén in Spagna: copriva, infatti, il 13% dell’intera produzione mondiale di mercurio. I lavori di scavo si estendevano su un territorio molto vasto. La miniera non è più in funzione dagli anni ‘70 del secolo scorso, il calo dei prezzi e l’utilizzo più limitato del mercurio sono alcuni fattori che hanno contribuito al suo abbandono.
Ad accoglierci, ai lati dell’edificio, due striscioni che indicano due numeri importanti: quello a sinistra ricorda il trentennale dall’apertura della miniera a scopo turistico; quello a destra, invece, ci dice che il pozzo è stato inaugurato ben 524 anni fa. Arriviamo quasi alla cava, che si trova a pochi metri, dopo la porta successiva. Prima però dobbiamo munirci del biglietto e insieme con questo – per potervi accedere – riceviamo il casco protettivo e una giacca da minatore, entrambi indispensabili perché la temperatura sotto è di soli 12 gradi e certe zone sono alte appena un metro e mezzo. La visita può essere fatta in orari definiti, con tanto di guida.
LA SPERANZA IN UNA DISCESA «FORTUNATA». Prima di entrare, facciamo tappa al lato opposto, in un ambiente che funge da piccolo museo del minatore. La stanza ci dà l’idea di una sala riunioni con tanto di manichino/minatore capo, mentre sulle pareti osserviamo le foto dei minatori nei secoli. Ciò che colpisce, in particolare, sono 500 medagliette originali e quasi al completo: ogni minatore ne riceveva quotidianamente una, entrando in miniera, per restituirla alla fine del turno lavorativo, con la speranza che tutte tornassero al loro posto e che non ne mancasse nemmeno una. È, anche questo, una dimostrazione che la vita dei minatori era dura e rischiosa.
Non ci rimane che affrontare la miniera stessa. Passiamo sotto un’insegna con il simbolo della miniera e la scritta SREČNO (Buona fortuna). Era la “parola d’ordine” augurale che le persone si scambiavano scendendo nelle viscere della terra. A farci da guida è Jože Pavšič, che in gioventù è stato minatore e dunque ha vissuto la miniera in prima persona nei suoi ultimi anni di attività estrattiva. Pavšič ci fa conoscere il complesso passo per passo, spiegando come il lavoro sia stato difficile finché sotto la città non fu creato un labirinto ramificato sotto le strade di Idria: un totale di 700 chilometri di pozzi che raggiungevano una profondità anche di 400 metri e un chilometro e mezzo di larghezza. Oggi quel mondo sotterraneo è pieno d’acqua o cemento, ad eccezione della zona adibita al turismo. Tuttavia, le “memorie sotterranee” sono vive e indissolubilmente legate alle fortune della città in superficie.
Gli inizi furono ardui, prima che la tecnologia prendesse il sopravvento. Tutto si riduceva alla forza manuale. “Ce l’abbiamo fatta grazie alla polenta”, commenta la guida mentre procediamo nei passaggi sotterranei pieni di umidità. Di tanto in tanto guardiamo le gocce di mercurio, scintillanti, protette dal vetro, e apprendiamo tutto sulla pesante vita quotidiana dei minatori e sull’alto prezzo che erano costrietti a pagare per sfamare le loro famiglie. All’inizio scavavano senza alcun equipaggiamento protettivo, “armati” solo di lampade a olio; era una battaglia quotidiana con i duri strati della terra mescolati e increspati in giochi tettonici.
CONDIZIONI DI LAVORO DURISSIME. Le condizioni di lavoro nella miniera migliorarono col passare del tempo, ma i pericoli erano in agguato ovunque. Si estraeva su larga scala, ogni giorno venivano utilizzate da cinque a sei tonnellate di esplosivo. “Fare il minatore è una professione che non prevede esami di recupero”, ha affermato a un certo punto Pavšič. Colpiva violentemente il sistema nervoso, indipendentemente dalla forza fisica e dall’età, a causa dell’evaporazione nelle calde fosse minerarie, nelle quali – a causa delle grandi quantità di legname – esisteva sempre il pericolo d’incendio. Tuttavia, la cosa peggiore, apprendiamo, era nella stessa fonderia di minerale, nella quale, uno dopo l’altro, si riversavano continuamente carri minerari carichi di cinabro. I vapori di mercurio velenosi hanno avuto il loro tributo nonostante i turni più brevi. Per riprendersi, ai minatori veniva spesso prescritto di lavorare nella foresta, nella silvicoltura mineraria, per espellere il veleno dai loro corpi all’aria aperta.
Non c’era pace neanche nelle case, testimoni in mattoni dei tempi in cui i minatori vedevano le loro ferite dopo il duro lavoro. In ognuna di esse la vita quotidiana, così come la cucina e il bagno, erano condivise da più famiglie di minatori, e le donne trascorrevano le loro giornate secondo un programma rigorosamente prestabilito. Si sapeva esattamente quando fare il giardinaggio, lavare piatti e vestiti o cucinare. Trascorrevano il loro tempo libero, pieno di incertezze – si dice – addentrandosi nei complicati disegni dei merletti di Idria o preparando lo “žikrof”, una pasta ripiena di cracker e patate che ricorda un berretto di Napoleone in miniatura, una prelibatezza che ancora oggi è un indiscutibile simbolo di Idria, in onore del quale ogni anno si celebra una festa. Spesso, in caso di cattive notizie, si risposavano con un altro minatore, e questo nel giro di poche settimane, altrimenti avrebbero dovuto lasciare l’appartamento dove vivevano.
Questo è stato il duro contesto in cui Idria si è sviluppata, fino a diventare la migliore miniera dell’Impero asburgico e in seguito la seconda miniera di mercurio più grande del mondo, che produceva fino al 13% della quantità totale di questo metallo a livello mondiale. Al suo apice vi lavoravano fino a 800 minatori e durante la sua intera esistenza fu estratto abbastanza minerale di cinabro per costruire una piramide e mezza di Cheope. Sono state prodotte in totale due piscine olimpioniche di mercurio, ovvero ben 150mila tonnellate di quel metallo liquido, che è stato immesso sul mercato in bottiglie di metallo del peso di 34 chilogrammi, il cui prezzo un tempo raggiungeva gli 800 dollari.
IL RITORNO IN SUPERFICIE. La visita passa in sostanza su due piani che non sono quelli reali. Entriamo al livello della strada cittadina e scendiamo lentamente. Attraversando i lunghi corridoi vediamo diversi manichini, le mura piene di legni di supporto e ogni tanto qualche macchinario. Alla fine arriviamo alle scale. Scendiamo diversi piani per ben 50 metri di dislivello. Arrivati in fondo non ci rimane che percorrere la strada opposta. Lungo tutto il tragitto camminiamo sui vecchi binari con delle carette ai lati. Ritorniamo fino a una rampa infinita di gradini. Bisogna ritornare in superficie. Le prime due rampe sono fatte con dei quasi nuovi, grandi e larghi gradini. Gli ultimi sono invece quelli originali, piccoli in tutti i sensi.
LA «PROTEZIONE» DEI SANTI. Ritorniamo così in una zona importante per i minatori, la cappella di S. Trinità, della metà del XVIII secolo. Si dice che fu benedetto dall’arcivescovo Carl Michael von Attems il 17 agosto 1752. L’altare è decorato con una raffigurazione della Santissima Trinità, accanto alla quale si trovano due statue di Santa Barbara, patrona dei minatori e protettrice contro gli infortuni, e Sant’Acaci0 (o Agazio), intercessore dei minatori di Idria, perché il 22 giugno (il giorno del santo) del 1508 fu scoperto un ricco minerale di mercurio.
Arriviamo così alla fine della nostra passeggiata mineraria, rendendoci conto solo ora come il tempo sia volato in fretta (durato più di un’ora) ascoltando la storia e vivendo almeno un po’, turisticamente, il mondo dei minatori. Non ci rimane altro che rimetterci in macchina e passare alla seconda tappa della visita alla “miniera”, che si trova a pochi chilometri di distanza, nel luogo in cui il materiale estratto doveva essere elaborato. Nel 2001, l’area della fonderia della miniera di mercurio, monumento con il nome Idria, è stato dichiarato patrimonio culturale di importanza nazionale. Dal 2012 è iscritto anche nella lista dell’UNESCO.
L’AREA DELLA FONDERIA. L’area della fonderia si trova sulla riva destra dell’Idrijca, sul pendio della collina Pod Golicami e comprende la stazione finale della funivia merci, un impianto di frantumazione e cernita, bunker di raccolta, un ponte con nastro trasportatore, un silo di raccolta con alimentatore, forno rotativo, sistema di condensazione e camera di fumo.
Oggetto della prima fase di ristrutturazione dell’area, all’epoca della Jugoslavia fu l’impianto di classificazione, che è il capolinea della funivia merci, l’impianto di frantumazione e classificazione, nonché i bunker di raccolta. Il tutto fu costruito nel 1956 nell’ambito della modernizzazione della miniera di mercurio di Idria e la sua fonderia. Come riporta il nome, l’impianto veniva utilizzato per frantumare il minerale e selezionarlo in base alla granulometria in bunker di raccolta destinati a questo scopo. L’edificio oggi è suddiviso in cinque piani e tre soppalchi. Comprende anche 10 bunker sotterranei e tunnel sotto i bunker, e la sommità dell’edificio è la stazione finale della funivia merci. Due impianti di macchine identiche con un setaccio, un frantoio e un nastro trasportatore vengono trascinati attraverso l’intero processo tecnologico. Qui il minerale veniva lavorato fino al 1995, quando venne definitivamente interrotta la produzione di mercurio a Idria.
Il locale di cernita e i macchinari in esso contenuti hanno un grande valore storico. Ciò ha elevato Idria al vertice del mondo in questo campo. L’area della fonderia rappresenta la fase finale dello sviluppo, poiché le sue strutture sono rimaste in funzione fino alla chiusura della miniera. La fonderia non aveva solo un significato e un ruolo storico, ma anche sociale – alla vita mineraria di Idria era legato lo sviluppo della cultura, dell’istruzione, dello stile di vita tradizionale e della lavorazione dei merletti, scientifico – qui lavoravano molti scienziati, naturalisti e medici, culturali, che risulta dalla conservazione di edifici, macchine e dispositivi, che rappresentano un insieme funzionale e consentono una presentazione comprensibile del processo di estrazione del mercurio.
Oggi il tutto è stato trasformato in museo e il visitatore all’entrata conosce prima la storia dell’evoluzione di tutto questo complesso prima di addentrarsi nella visita dei vari piani e conosce i vari mezzi. Il tutto dal 2017. Interessante arrivare all’ultimo piano e avere una panoramica di questa parte della città e conoscere dalla guida un dato molto interessante. Sì la miniera è stata chiusa nel 1995. Tante persone sono rimaste senza lavoro. Il tutto naturalmente in maniera graduale, però a Idria non c’è stata nessuna rivolta sociale. Negli ultimi decenni si sono sviluppate due nuove fabbriche legate al settore automobilistico e a quello idrico, famose in tutto il mondo con filiali nei vari continenti. Rimane curioso il dato che da 100 anni a oggi il numero degli abitanti è rimasto uguale, poco più di 5.000 persone.
(2 e continua)
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Pubblicato su Panorama il 30 giugno 2024