Bihać, la città del «connubio»

Bihać, la città del «connubio»
Spread the love

Bihać meta turistica? Difficilmente viverla così e i più faranno fatica a cercare di sapere qualche dato su questa città della Bosnia ed Erzegovina, la più vicina a Fiume di questo Paese dei Balcani occidentali. Situata nella parte nord-occidentale della Bosnia ed Erzegovina, sede del cantone di Una-Sana, ha un fascino particolare: qui la natura che la circonda e la parte urbana, che ha diversi monumenti culturali e storici che ne raccontano la storia, si completano perfettamente. Negli ultimi decenni Bihać è salita agli onori della (triste) cronaca per questioni legate alle migrazioni, alle vicende belliche e ai problemi etnici con cui ha dovuto confrontarsi (e che rimangono una sfida da risolvere). Oggi la città si presenta calma ed accogliente.
La bellezza del luogo – il Parco Nazionale Una è uno dei quattro parchi nazionali del Paese, molti vengono per ammirare le loro gole, cascate e torrenti, altri optano per il turismo avventuroso, praticando rafting, kayak, canoa, escursioni nei canyon, trekking e mountain biking – e il cibo delizioso non possono essere contestati. Chi c’è già stato sa che, tornandovi, troverà sempre qualcosa di nuovo. E magari prima o dopo un rafting conviene visitarla, e pure trascorre diversi giorni in tutta la regione. Bihać è sempre stata un crocevia di strade importanti, quindi il tocco di est e ovest, vecchio e nuovo, è riscontrabile a ogni passo.
Il primo documento storico in cui si menziona Bihać è la lettera del re ungherese Béla IV del 26 febbraio 1260. Dopo due anni, Bihać è stato dichiarato città reale libera e posto sotto il diretto controllo del trono ungherese, con tutti i diritti e privilegi connessi, il che ha molto contribuito al suo sviluppo indipendente dal potere politico dei signori locali. Nel 1530, il comitato austriaco assicurò truppe per la difesa di sette punti strategici in Croazia, uno dei quali era Bihać e Ripač. I turchi occuparono Bihać nel 1592 dopo un assedio di dieci giorni e da allora Bihać è stata il luogo della fortificazione più importante in Bosnia fino al XIX secolo. Il dominio ottomano su Bihać si concluse de facto dopo il Congresso di Berlino.
Durante la seconda guerra mondiale, Bihać fu coinvolta nello Stato Indipendente di Croazia di Pavelić dopo essere stata occupata dalle truppe dell’Asse. La città fu capitale di un breve territorio, la Repubblica di Bihać, per due mesi alla fine del 1942 e all’inizio del 1943, fino a quando le forze tedesche non la rioccuparono. Bihać tornò nel territorio bosniaco il 28 marzo 1945.
Per chi parte da Fiume ci sono ben tre strade per Bihać. Una è quella che porta attraverso Karlovac dove si lascia l’autostrada e si va ad est per le strade locali. Si passa per Tušilović e Vojnić e poi dritti al confine di Stato di Maljevac. Entrati in Bosnia ed Erzegovina si attraversano i centri di Velika Kladuša, Cazin per arrivare a Bihać. La seconda via è più veloce e passa via Ogulin e poi i laghi di Plitvice. Si devia poi per il confine di stato di Ličko Petrovo Selo. E poco dopo il confine siamo al traguardo. Infine, la terza porta via Segna e via Otočac a Ličko Petrovo Selo. Qualunque sia la strada presa serviranno circa tre ore per arrivarci, ingorghi di confine permettendo.
Se non ci fosse la segnaletica uno magari non si renderebbe conto che è arrivato a destinazione, in una delle città più grandi della Bosnia ed Erzegovina, tanto il tutto è legato alla natura. La nuova e moderna Bihać è stata costruita sui bastioni della città vecchia, come testimoniano i resti delle mura. Allora cominciamo con ordine a visitarla. In pieno centro e a due passi dall’Una, troviamo un ampio parcheggio da dove cominciare il nostro tour, rigorosamente a piedi.

Sulla Torre del Capitano
Iniziamo dalla Torre del Capitano, nella parte bassa della città, sulla riva sinistra del fiume Una. Questa imponente struttura domina il panorama cittadino e offre una vista panoramica mozzafiato sulla città e sui dintorni. Anche se si tratta di uno degli edifici più antichi di Bihać, uno dei simboli della città, fino ad oggi non è stato stabilito con precisione quando sia stato costruito, ma sulla base delle mappe storiche disponibili della città e dei suoi dintorni, si ritiene che sia stata edificata prima del 1697.
Secondo la tradizione popolare, nella torre soggiornò il re ungherese Bela IV durante l’invasione tartara. Secondo l’ipotesi lanciata da H. Strauss nel libro “Torri e fortezze di Bihać”, la Torre del Capitano risale al 1205 ed era una delle quattro torri, tre delle quali furono distrutte. Secondo la leggenda, la Torre del Capitano, cioè la fortificata Bihać, salvò la testa del re ungherese Bela IV, che fu inseguito fino alle mura dai cavalieri tartari. In segno di gratitudine Bela IV dichiarò Bihać città libera e ordinò che il suo simbolo, il corvo nero, fosse scolpito sulla facciata in pietra della torre.
Con l’arrivo della monarchia austro-ungarica in queste zone la torre venne trasformata in prigione. Dal 1959 è spazio museale, che ospita mostre permanenti. Recentemente è stata ristrutturata e oggi qui vi si trova il Museo della contea di Una-Sana. È monumento nazionale della Bosnia ed Erzegovina dal 2007. Proprio di fronte alla Torre del Capitano si trovano i resti della chiesa di Sant’Antonio di Padova, con il campanile ben conservato. La sua costruzione iniziò con l’arrivo del governo austro-ungarico, nel luogo in cui si trovava una delle chiese medievali distrutte a Bihać, e fu completata nel 1894. L’aspetto stesso della chiesa era, per l’epoca, più che imponente. Si sviluppava su 900 mq con un campanile rettangolare alto 50 metri, che dominava il nucleo urbano della città. Durante la seconda guerra mondiale la chiesa subì notevoli danni e non fu mai più ricostruita. Di questo edificio religioso rimane solo un’alta torre quadrata con campanile, che resiste ancora oggi alla prova del tempo.

Il sarcofago
E subito accanto si trova pure il sarcofago di Bihać. Quest’attrazione cittadina è conosciuta anche come la Tomba dei Grandi Croati, cioè la Tomba della nobiltà di Bihać. Il sarcofago originale fu eretto alla fine del XIX secolo nel luogo in cui sorgeva l’allora nuova chiesa di S. Antonio da Padova. Contiene i resti di nove dignitari di Bihać, che morirono difendendo Bihać nelle battaglie contro l’esercito ottomano, nella prima metà del XVI secolo. Questa tomba era probabilmente ubicata nell’antica chiesa di S. Antonio da Padova, che gli Ottomani, dopo essere entrati a Bihać nel 1592, trasformarono nella moschea Fethija. Quindi i resti furono spostati in un terreno vicino alla moschea di recente costruzione e quasi tre secoli dopo furono trasferiti nel sarcofago.
Come detto ci troviamo a due passi dal fiume Una, e proprio in pieno centro si trova un grande parco. La zona è nota come l’isola della Città, che fino agli anni ‘70 era il centro del bazar di Bihać, con tante case, magazzini, negozi, mulini ed altro. Oggi ospita fiere, concerti, cortei… L’isola ha ripreso vita alcuni anni fa dopo che su di essa è stata collocata dopo il restauro la famosa scultura “La ragazza di Una”, uno dei simboli della città. Oggi molti turisti visitano l’isola per scattare foto accanto al fiume e alla “Ragazza di Una”. Se si viene durante l’estate è uno dei posti ideali per fare un bagno. Infatti, la zona dell’isola funge pure da spiaggia improvvisata e qui l’acqua non è tanto fredda ed è del tutto calma.
Quello che, purtroppo, rende meno attraente questo parco è il fatto che è vi transitano gli immigrati di passaggio. Nella recente cronaca europea, Bihać è comparsa probabilmente solo perché negli ultimi anni si sono fermati qui oltre 5.000 profughi di vari Paesi in conflitto che hanno attraversato i Balcani e la Turchia (ma non solo) a piedi per poi vedersi respinti dalla polizia croata, nell’ultimo disperato tentativo di arrivare in Unione europea. La tradizionale ospitalità bosniaca all’inizio non si è fatta indietro, ma l’apertura di tre centri profughi vicino al centro città con il tempo ha iniziato a creare degli attriti. Oggi non ce ne sono tanti e la convivenza con i cittadini di Bihać è del tutto tranquilla.

La moschea Fethija
Passeggiando nel parco si scorge che ci sono diverse imbarcazioni sull’Una dato che a Bihać esiste la tradizione della costruzione delle barche. I natanti venivano realizzati in due dimensioni, grandi e profondi per estrarre la sabbia dall’Una e quelli più piccoli e meno profondi per la pesca o come mezzo di trasporto. Sono ancora attivi alcuni artigiani che realizzano le barche Una. Nel centro di Bihać esiste anche la possibilità di noleggiare queste piccole imbarcazioni classiche e fare un giro dalla spiaggia cittadina “Betona” alla piscina “Amerikančevo”.
In fondo al corso cittadino si arriva alla più grande moschea, chiamata Fethija, costruita nel 1266. È famosa per il suo splendido minareto e per il suo interno riccamente decorato con piastrelle e affreschi. Originariamente era una chiesa, si presume che sia stata innalzataa a metà del XIII secolo e si chiamava Chiesa di Sant’Antonio. Dopo l’arrivo degli Ottomani, per ordine di Hasan Pasha Predojević, la chiesa fu acquistata dai cattolici di Bihać, come documentano gli archivi di Vienna e Istanbul. Successivamente fu trasformata in moschea e prese il nome da una delle sure del Corano: Feth (Vittoria).
In stile gotico, durante la conversione in moschea gli ottomani murarono alcune finestre sui lati sud e nord e ne furono aperte di nuove. Al centro dell’edificio, al posto dell’altare, fu posto un mihrab. Sopra il grande portone d’ingresso è rimasto il rosone gotico. Il campanile si è mantenuto intatto fino al 1863, quando fu demolito a causa del degrado e sostituito da un minareto realizzato con lo stesso tipo di pietra. Ai piedi del minareto, due iscrizioni in lingua araba, che parlano della costruzione di questo monumento religioso.
Anche se questo passaggio di religioni e di conquistatori ha lasciato le proprie traccie negli “edifici”, come pure l’ultima guerra, questo non sembra visibile tra gli abitanti. C’è un grande connubio. Qualche divisione si può notare ma non è così marcata come si può osservare a Mostar, dove la Neretva fa da “confine”. Qui c’è più legame e più solidarietà.

Qui furono poste le basi della Jugoslavia
Visitando Bihać non bisogna dimenticare l’ultimo conflitto mondiale. In città ha sede il Museo dell’AVNOJ che è stato fondato nel 1952 come museo commemorativo. Il Consiglio antifascista di liberazione nazionale della Jugoslavia (AVNOJ) tenne la sua prima sessione sul territorio liberato proprio a Bihać, proprio nella sede dell’attuale museo il 26 e 27 novembre 1942, e poi fu confermato il processo di istituzionalizzazione federale della Jugoslavia. L’esposizione permanente è composta da reperti, documenti, fotografie e leggende introduttive in una parte, nonché tutti gli oggetti originali tridimensionali della collezione AVNOJ.
Bihać è pure una città che magari non invoglia la persona a rimane diversi giorni, ma può essere un punto di riferimento per fare diverse gite nei dintorni. A sud, per esempio, abbiamo il Strbački buk per gli amanti del rafting. Ma quelli che sono alla ricerca di un rafting più tranquillo possono sempre andare verso altre due zone interessanti, tutte legate a Kostela. La prima è la Kostela-(Luka) Grmuša, di 13 km, ideale per chi affronta il rafting per la prima volta. E poi c’è una ancora più lunga, ma meno adrenalinica, ossia la Kostela-Bosanska Krupa, di ben 24 km. Entrambe durano circa cinque ore.
E poi a circa 50 chilometri a monte di Bihać, si trova Martin Brod. Qui l’Una forma il più grande complesso di cascate del suo corso. Oltre al più famoso e grande Milančevo buk, qui si possono ammirare molte altre cascate, cascatelle e laghetti che si estendono attraverso il villaggio fino alla foce del fiume Unac a Una. Più vicina e a soli otto chilometri da Bihać, nel villaggio di Kostela, si trova un’altra perla sulla Una. Si rischia di non vederla in quanto è “nascosta” dietro al grande albergo/ristorante, ma si trova sulla strada principale che porta da Bihać o a est verso Banja Luka. Si tratta del Kostelski buk: una copia in miniatura del Strbački buk.
Le cascate sono minori e tutta la zona è minore però non manca di fascino. Si ha la visione del fiume e il suo colore smeraldo. Si passa un ponte e si arriva a una specie di isola che offre di tutto. Ci sono diverse panchine, punti panoramici. Si possono fare delle piccole camminate lungo i sentieri, vedere le cascate della Una e non manca pure un mini zoo con animali domestici, ideale soprattutto per più piccoli.

Per vedere l’intero articolo, versione PDF

Pubblicato su Panorama il 30 settembre 2024


Spread the love