Diadora, dopo gli straordinari successi un lento e inesorabile declino (3 e continua)
Nel precedente episodio abbiamo lasciato la Diadora nel suo momento d’oro. La società svolgeva negli anni venti un ruolo da protagonista non soltanto a livello regionale, ma pure a livello italiano. Numerosi erano i successi conseguiti in regate importanti a livello nazionale e internazionale, senza contare i diversi ottimi piazzamenti nei campionati italiani. Le medaglie venivano pure dai campionati europei e come ciliegina sulla torta era arrivata anche la storica medaglia olimpica a Parigi.
1924, ANNO D’ORO Insomma il 1924 era stato l’anno d’oro per la Diadora e in primis per l’equipaggio dell’otto con. Era stato l’anno di Vittorio Gljubich, Pietro Ivanov, Simeone Cattalinich, Carlo Toniatti, Giuseppe Crivelli, Antonio Cattalinich, Francesco Cattalinich, Bruno Sorich e del timoniere Latino Galasso.
DILETTANTI Però nel 1924 il canottaggio era uno sport in primo luogo per dilettanti. Tutti i rematori svolgevano esclusivamente un’attività amatoriale, avevano impieghi regolari e solamente nel tempo libero remavano. Per partecipare alle varie regate internazionali, dai campionati europei alle Olimpiadi, dovevano lasciare i propri posti di lavoro. Così fu pure in quella fantastica estate, quando i rematori si assentarono da Zara per più di un mese. Al ritorno ci furono grandi festeggiamenti, ma pure la consapevolezza di dover tornare a lavorare e di dover rinunciare a gare importanti che sarebbero seguite.
IMPEGNI DI LAVORO I primi ad essere pienamente consapevoli degli impegni che li aspettavano dopo Parigi furono i fratelli Cattalinich che dirigevano un piccolo cantiere navale. In seguito a un’ondata di maltempo che aveva arrecato gravi danni al loro squero e la lunga assenza da Zara, senza contare il fatto che all’epoca non c’erano rimborsi spese né altri introiti derivanti dalle gare, essi furono costretti a rinunciare agli Europei che erano in programma di lì a poche settimane. Nonostante la loro rinuncia e quella successiva del resto dell’equipaggio olimpico, la Federazione italiana decise comunque di iscrivere l’otto della Diadora ai campionati europei e, come scrivevano i giornali dell’epoca, “fece appello all’entusiastica fede sportiva e patriottica dei suoi componenti perché, pur con inevitabili sacrifici, rappresentassero degnamente l’Italia a Zurigo, nella convinzione che un nuovo successo avrebbe premiato la loro dedizione”.
TENTATIVI VANI Tutti i tentativi di convincere i dalmati a cambiare idea furono vani, per cui ai campionati europei di Zurigo del 2 agosto, l’Italia fu la grande assente nella gara dell’otto con, nonostante fosse favorita in questa competizione. Infatti, visto l’ottimo successo alle Olimpiadi, l’ora era quasi assicurato.
L’INIZIO DEL DECLINO E questo fu soltanto l’inizio delle rinunce. A settembre ci furono i campionati italiani a Trieste. Di nuovo favorito, con in tasca ormai da anni il titolo di campione nazionale, l’otto con della Diadora fu costretto ancora una volta ad alzare bandiera bianca e a rinunciare a partecipare a una importante gara. E questo sempre per lo stesso motivo di fondo, ossia le esigenze del lavoro. La vita di ogni giorno, purtroppo, aveva inevitabilmente la precedenza su quella sportiva.
SBARCARE IL LUNARIO I rematori zaratini erano consci dei problemi che dovevano affrontare quotidianamente per sbarcare il lunario, per cui scelsero, seppure a malincuore, di dare precedenza alla vita reale di ogni giorno e di relegare in un angolo lo sport che li aveva consacrati campioni, donando loro tante soddisfazioni.
UNA GRAVE CRISI Quella che all’inizio era solamente la crisi di un armo, di un equipaggio solo per quanto capace fosse, si trasformò ben presto nella crisi di tutta la gloriosa società zaratina. Infatti la Diadora praticamente scomparve. Il periodo nero, anzi nerissimo, durò quasi per due anni. La prima notizia relativa alla società zaratina, dopo le rinunce dell’estate del 1924, la troviamo appena nel 1926. A Pola in una regata per esordienti ritroviamo la Diadora al nastro di partenza. A partecipare alla competizione nella città dell’Arena fu l’equipaggio del quattro con composto da: Nicolò Ledwinka, Giulio Colombani, Domenico Brazzanovich, Mario Bina e il timoniere Massimiliano Cettineo. E fu subito successo. Gli zaratini vinserò la gara e il mese successivo, a Trieste, passarono di categoria negli juniores, dove colsero una seconda vittoria.
NESSUNA TRACCIA Era l’inizio di una nuova serie di successi? Purtroppo no. La squadra di nuovo scomparve senza lasciare praticamente traccia. Della Diadora non si seppe niente per altri due anni.
Nel 1928, ai campionati nazionali di Pallanza, fra le compagini iscritte nella gara outrigger a quattro con timoniere, apparve il nome della Diadora, ma l’armo non partì mai da Zara.
COSTRETTI A RIPARTIRE DA ZERO La crisi continuò per altri due anni. La società dovette fare i conti con difficoltà e dissidi interni e con pressioni esterne, ma non interruppe mai del tutto la sua attività. Finalmente nel 1930 ritornò veramente a pieno titolo a gareggiare. Gli storici successi del 1924 erano ormai lontani e si doveva ripartire praticamente da zero. Però con grande entusiasmo e determinazione la squadra del quattro con, composta da Branco Riedling, Giuseppe Gucchia, Ezio Boniciolli, Leone Detoni e dal timoniere Giuseppe Ziliotto, si presentò il 21 maggio 1930 ad una regata a Napoli. E finalmente fu un successo.
INIEZIONE DI FIDUCIA Arrivò un’importante vittoria, che diede una rinnovata iniezione di fiducia alla società. Lo stesso armo, con l’ingresso in campo quale sostituito di Ulisse Donati nella quarta voga, partecipò il 26 luglio a Salò ai campionati italiani. Arrivò alla fine quarto. Non fu podio, però questi campionati segnarono il ritorno a livelli importanti, sui quali la società era in precedenza attestata per anni. I successi ormai mancavano da parecchio tempo, per cui l’appuntamento di Salò rappresentò una sorta di rinascita.
Il 1930 passò alla storia pure per le importanti vittorie conseguite alla regata internazionale di Bari e a Salò sia nel quattro che nell’otto con. Quest’ultimo era composto da: Massimiliano Cettineo, Vittorio Fedel, Giuseppe Baroni, Ljubo Magas, Vincenzo Galvani, Giuseppe Gucchia, Ezio Boniciolli, Ulisse Donati e dal timoniere Giuseppe Ziliotti.
MALORE Nel 1931 arrivò un’altra importante vittoria nella jole a quattro, alle regate internazionali a Napoli, con Branco Riedling, Giuseppe Gucchia, Ezio Boniciolli, Antonio Leoni e il timoniere Giuseppe Ziliotti. Gli zaratini tentarono di nuovo il colpaccio ai campionati nazionali. Però al contrario dell’anno precedente, questa volta non arrivarono nemmeno al traguardo, visto il malore che colse un membro dell’equipaggio alla quarta voga.
LE OLIMPIADI RESTARONO UNA CHIMERA Il tempo passava inesorabile e si arrivò così ad un nuovo anno olimpico. Nel 1932 le Olimpiadi vennero disputate a Los Angeles. A otto anni dai rematori medagliati a Parigi un nuovo equipaggio del Diadora tentò di ripetere l’avventura olimpica. Ad affrontare la sfida fu l’equipaggio (un outrigger a otto) composto da Bruno Sorich, Ulisse Donati, Antonio Umlauf, Antonio Leoni, Giovanni Bartoli, Antonio Olivari, Branco Riedling, Giuseppe Gucchia con al timone Tullio Cattich. Gli zaratini disputarono tutta una serie di regate preolimpiche a Trieste, Napoli e poi di nuovo Trieste. Alla fine l’equipaggio, anche se migliorò nei 2000 metri i tempi della gloriosa Diadora olimpica, non riuscì a qualificarsi.
LA BANDIERA DI COMBATTIMENTO Anche se non fu centrato l’obiettivo Olimpiadi, il 1932 rimase per la Diadora un anno importante, che passò alla storia per un grande riconoscimento. Il tutto è stato descritto a puntino nel libro dedicato al centenario della Società Ginnastica Zara:
”Il 5 giugno del 1932 alla Diadora venne riservato un ambitissimo onore. La città donava la bandiera di combattimento all’incrociatore ‘Zara’, una delle più belle unità della marina italiana.
Il motto della nave, scritto in lettere capitali di bronzo, sul complesso di prua, compendiava l’animo della città, la sua volontà, la sua dedizione, la sua forza morale: ‘Tenacemente’. E la Diadora, in una giornata splendida di sole, le navi della squadra ancorate nel canale di Zara, salpò con il suo vecchio e ben glorioso ‘lanzon’ alla volta dell’incrociatore. Portava a poppa il cofano con la bandiera di combattimento. Bandiera che resterà alta sul picco di maestra nella notte di Capo Matapan.
ll ‘lanzon’ era comandato dal cav. Giovanni Fiorentù in divisa sociale di gala. A poppa la bandiera nazionale, a prua il gagliardetto sociale. Ai remi Daniele Balani, Ferruccio Talpo, Enzo dei Medici, Bruno Riboli, Bruno Testa, Mario Bercich, Francesco de Franceschí, Giacomo Calebotta e Adolfo Komaretto ‘mariner de prua’.
Tutte le imbarcazioni della Diadora in uscita generale, scortarono il ‘lanzon’. Una miriade di altre barche giunte da ogni dove seguiva in corteo.
Tuonavano le artiglierie. Le campane delle chiese suonavano a stormo. Sulla riva i reparti in armi rendevano gli onori. La Riva Nuova, nereggiante di folla, era un tricolore.
Al barcarizzo il nostromo fischiò alla banda. Il cofano venne accolto dalla scorta armata. Il Comandante, Giuseppe Ranieri Biscia, gli ufficiali, S.A.R. Ferdinando duca di Genova, le autorità, resero gli onori. L’arcivescovo di Zara, monsignor Munzani, celebrò il rito religioso, benedicendo. Madrina della bandiera Silvia de Benvenuti-Ghiglianovich.
Fra nuove salve di artiglieria, sul canale di Zara, si aprì al vento di maestrale la bandiera di combattimento, stagliata nell’azzurro cielo di Dalmazia.
Dalle acque di Lissa, i marinai del ‘Re d’Italia’ accentuarono la invocazione che ancor oggi, da chi sa ascoltare il rumore dei flutti, può essere intesa: “Ricordati… ricordati…”.”
RITORNO DI FIAMMA Mancato l’obiettivo olimpico la squadra ripiombò quasi nell’anonimato. Un nuovo ritorno di fiamma lo registriamo nel 1934 alle regate di Ancona. Su un percorso di 1.200 metri la Diadora colse due vittorie. A imporsi fu la jole a quattro composta da Giacomo Marussich, Giovanni Bartoli, Giuseppe Cheistich, Giulio Colombani con al timone Massimiliano Cettineo, che vinse la Coppa della Federazione fascista. Il successo arrise pure all’otto con composto da Bruno Riedling, Giuseppe Gucchia, Leone Detoni, Ljubo Magas, Giovanni Marussi, Giovanni Bartoli, Giuseppe Cherstich, Ulisse Donati, con al timone Massimiliano Cettineo, che conquistò la Coppa del Municipio di Ancona. Gli zaratini tentarono poi di farsi valere nuovamente a settembre, a Bellagio, nei campionati nazionali. Però il successo questa volta non arrivò. Infatti entrambi gli equipaggi dalmati arrivarono “soltanto” a piazzarsi al quinto posto.
DELUSIONI Seguirono anni trascorsi in sordina. La squadra partecipava solamente a gare riservate agli universitari, ai giovani fascisti, nonché a tradizionali competizioni sociali. Questo periodo segnò la continuazione del lungo declino di una società una volta gloriosa. Una società che non riuscì più a tornare in auge fuori dagli ambiti regionali. Le regate nazionali e quelle internazionali erano ormai lontane come pure i successi che avevano costellato i primi anni, ricchissimi di straordinari piazzamenti a tutti i livelli. Possiamo ricordare solamente i risultati conseguiti alle regate di Abbazia. Nel 1936 al Campionato Alto Adriatico dei G.U.F., la jole a otto con timoniere si piazzò secondo. Era composto da: Ulisse Donati, Vincenzo Millich, Nerino Rismondo, Giuseppe Komaretto, Luigi Dragagna, Carlo Steinbach, Francesco Cettineo, Paolo Willenik e dal timoniere Romildo Tudorov.
Tre anni dopo, sempre ad Abbazia al Campionato Alto Adriatico dei G.U.F., la jole a otto con timoniere si piazzò al terzo posto. Era composto da: Ulisse Donati, Carlo Steinbach, Bruno Poria, Giovanni Nemarich, Adriano Rossetti, Ernani Vaccato, Mario Trani, Mario Perovich e dal timoniere Aldo Covacev.
REGATA DINANZI ALLA RIVA NUOVA Il declino continuò fino al 1940, ovvero fino all’inizio della Seconda guerra mondiale. Come ricordato negli annali, l’ultima uscita della Diadora fu nel giugno del 1940 per la festa dello Statuto. Si trattò di una regata effettuata a Zara, dinanzi alla Riva Nuova. A coronare questa festa, non solo societaria, furono: Bruno Sorich, Diego Battistin, Guido Pontelli, Alfredo Rebez, Francesco de Franceschi, Antonio Leoni, Mario Paganello e Giovanni Bartoli e tanti, tanti altri come Giovanni Fiorentù che della Diadora e del canottaggio aveva fatto lo scopo della sua vita.
LA JADRAN TORNA A CASA Dopo questa regata i venti di guerra pure a Zara si fecero sempre più forti. Lo sport e l’attività agonistica inevitabilmente furono relegati sempre di più in secondo piano. Finita la Seconda guerra mondiale, finì pure la storia della Diadora. La società fu “vittima” del cambio di regime e di stato. Zara passò all’allora Jugoslavia. Con l’avvento del nuovo Stato socialista, salirono al potere quelli che nel 1918 avevano deciso di abbandonare Zara e di trasferire la vecchia Jadran a Spalato. Per loro fu un ritorno a casa. Ebbero così la possibilità di fare un nuovo tentativo per riportare ad alti livelli il canottaggio zaratino. Anche se non riconobbero mai i successi della Diadora, oggi si può dire che riuscirono a rinnovare gli antichi fasti.
Ma se con l’avvento della Jugoslavia, finisce la storia della Diadora di Zara, non si può dire che con il cambiamento statuale finisca la storia della Diadora. Ma di questo di più nel prossimo episodio.
Per vedere l’intero articolo, versione PDF
Pubblicato sull’inserto Inpiù Dalmazia del La voce del popolo l’8 dicembre 2012.